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Bio-On, l’unicorno «verde» nel buco e il mistero della vigilanza scomparsa

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18.11.2019

la storia

Bio-On, l’unicorno «verde» nel buco e il mistero della vigilanza scomparsa

di Federico Fubini18 nov 2019

Quando ancora aveva fama di padre della prima start up tecnologica italiana che arriva a valere un miliardo di euro, Marco Astorri parlava da guru: «Ho la sensazione che l’umanità stia aprendo nuove strade — disse una volta —. Tutto quel che c’era prima è diventato vecchissimo». Da allora sono passati undici mesi, ma sembra un secolo. Dal 23 ottobre Astorri, 50 anni, fondatore e presidente di Bio-On, è agli arresti domiciliari con l’accusa di false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato. Con lui la Procura di Bologna ha messo sotto inchiesta altri otto esponenti della società, inclusi il vicepresidente Guido Cicognani e il presidente del collegio dei sindaci — o revisori interni — Gianfranco Capodaglio. Bio-On, l’azienda che vantava grandi successi nella produzione di plastiche biodegradabili ed era arrivata a valere 1,31 miliardi, è sospesa in Borsa. Difficilmente eviterà il fallimento e la chiusura.

Paolo Savona, presidente della Consob

Ma forse è proprio in quella previsione che Astorri si è sbagliato di più: quel che c’era prima, nel suo caso, non è diventato vecchio. Resta più attuale che mai. Prima, nel 2008, c’era una crisi finanziaria nata dall’avidità, dai conflitti d’interessi e dalle fragilità delle istituzioni: revisori interni ed esterni troppo ben pagati dalle società che avrebbero dovuto controllare per mettersi di traverso; titoli tossici il cui acquisto è sollecitato da banche ben remunerate; banchieri nel doppio ruolo di analisti «indipendenti» e soci di fatto in affari degli stessi emittenti; gestori di risparmio così attratti dalle promesse di guadagni facili per non sentire odore di bruciato.

Ricavi fittizi

Questa miscela deflagrò nel 2008. Nel caso di Bio-On, molto più in piccolo, se ne sono rivisti gli ingredienti. La vicenda del resto è nota. Il 24 luglio scorso, quando l’azienda vale ancora circa un miliardo su un listino minore di Borsa Italiana (Aim) e vanta ricavi annui da più di 50 milioni e utili per 40, un rapporto del fondo Quintessential di Gabriele Grego strappa la maschera. Dalla fondazione Bio-On ha solo bruciato cassa, sempre di più. Lo sbarco in Borsa all’Aim è potuto avvenire senza prospetto e senza vaglio di Consob e di Borsa Italiana, come da regolamento per questo listino delle piccole aziende, ma semplicemente con un «documento di ammissione» sul quale garantisce all’inizio e in seguito solo un «nominated adviser» (o Nomad): un’entità commerciale pagata dall’azienda stessa, in questo caso EnVent Capital Markets, la quale di fronte alle commissioni per il suo servizio ha poca convenienza a scavare a fondo e eventualmente bloccare le operazioni. Lo avesse fatto, sarebbe forse emersa prima la realtà in seguito denunciata da Grego sulla base di fondi disponibili a chiunque: i ricavi erano in gran parte fittizi, frutto della «vendita» di licenze a società create ad arte dalla casa madre; la produzione di bioplastica è una frazione di quanto viene detto e lo stabilimento resta un cantiere incompiuto. Marco Astorri

Quando il 24 luglio scorso esce il rapporto di Quintessential, il titolo crolla del 75%. Si scottano grandi nomi della piazza milanese e della finanza internazionale: il fondo norvegese Norges che ha il 2,3% tramite il gestore italiano Kairos, controllato dalla svizzera Julius Bär, Kairos stessa che ha un 2% detenuto tramite due veicoli diversi, il colosso americano Blackrock (0,46%) e fra gli altri Banca Finnat Euramerica, che al 30 settembre risulta avere lo 0,096% (un valore di circa un milione prima delle rivelazioni di Quintessential), metà di quanto deteneva a fine 2018. Che Finnat sia azionista è sorprendente perché proprio di Finnat sono gli unici report di banche su Bio-On, peraltro molto positivi sulle prospettive di produzione e fatturato e su prezzo-obiettivo indicato il 13 dicembre scorso al 60% sopra i livelli di mercato di quel momento. Tanto più sorprendente lo è dato che sempre il gruppo Finnat a fine dicembre 2018 era diventato socio di minoranza (al 10%) in due joint-venture di fatto inattive della galassia Bio-On, che però giustificarono l’apparenza contabile del 36% dei ricavi di Bio-On stessa quell’anno. Finnat risulta anche aver prestato a una controllante di Bio-On 15 milioni dietro garanzia di azioni della società quotata. La banca romana, che non ha mai reso note queste sue posizioni nei suoi report molto ottimistici sulle prospettive dell’azienda, oggi commenta: «Le recenti vicende che hanno coinvolto Bio-on, al pari della scoperta di fatti che ci erano ignoti, ci hanno indotto a dare mandato ai legali per verificare la sussistenza dei presupposti per ogni iniziativa a tutela dei nostri interessi – dichiara un portavoce -. Non si prevedono impatti significativi sui nostri requisiti........

© Corriere della Sera