Università, la riforma impossibile

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Il caso dell’Università è un ottimo esempio del perché in Italia è quasi impossibile procedere a riforme incisive di qualsiasi ente, istituzione o organismo complesso.
I guai della nostra Università cominciano negli anni Settanta del secolo scorso. Quando l’incerta classe di governo dell’epoca, incalzata dalla piazza e dall’opposizione, al fine di allargare le maglie sociali dell’istruzione superiore (come ormai imponeva la democrazia di massa) non trova di meglio che adottare la decisione inconsulta di liberalizzare gli accessi a qualunque facoltà universitaria per chiunque abbia un diploma di scuola secondaria (1969). Nasce così l’Università di massa italiana: all’insegna della più totale improvvisazione e per arginare in tutta fretta l’immediata impennata del numero degli iscritti con la conseguente voragine che così si apre. Nel ventennio successivo si forma disordinatamente un corpo docente popolato delle nuove figure più varie: tecnici laureati, borsisti di varia estrazione (universitari, ministeriali, altri), assegnisti, ricercatori, assistenti, professori incaricati, professori a contratto. E così di seguito fino ad oggi, in un susseguirsi di sanatorie e di continue rivendicazioni corporative: ope legis, abilitazioni, concorsi locali e nazionali; nel mentre alla fine cambia anche l’organizzazione interna dei corsi........

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