Congedo paritario, la grande occasione mancata per aiutare la crescita economica del Paese

Distratti da Sanremo, c’è una notizia che è passata un po’ sotto silenzio. La proposta di legge per il congedo paritario per madri e padri è stata bocciata: ieri la Commissione Bilancio della Camera dei deputati ha respinto una proposta di legge presentata dalle opposizioni (prima firmataria la segretaria Pd Elly Schlein) che prevedeva misure per distribuire più equamente tra i genitori lavoratori il carico della cura dei figli. Secondo la Ragioneria di Stato non ci sarebbero le risorse economiche necessarie per attuarle. Attualmente il congedo di maternità prevede 5 mesi per la madre retribuiti all’80% e quello di paternità 10 giorni retribuiti al 100% da usufruire in modo non continuativo. Entrambi sono obbligatori.Le opposizioni proponevano di portare entrambi i congedi a 5 mesi retribuiti al 100%. Utilizzabili dal mese prima del parto e fino ai 18 mesi successivi, quindi con una maggiore elasticità rispetto alle tempistiche attuali (da 2 mesi prima a 5 mesi dopo). I promotori stimavano un costo di 3 miliardi l’anno da finanziare con il taglio dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad), ma secondo la Ragioneria non sono sufficienti. Così la proposta è stata soppressa e non è stata data all’opposizione la possibilità di cercare coperture diverse e non ci sarà nessuna discussione.

Il tema della copertura finanziaria è ovviamente cruciale ma quello del congedo paritario è e resta un obiettivo irrinunciabile per il nostro Paese e per la sua crescita economica.

Siamo indietro rispetto a Francia e Spagna

È innegabile che il sistema italiano è sbilanciato se confrontato con le regole degli altri Paesi europei. In Francia, per esempio, il congedo di maternità dura quattro mesi, quello di paternità 28 giorni. In Spagna madre e padre hanno a disposizione quattro mesi di congedo retribuiti al 100 per cento dopo la nascita del figlio. In ogni discussione sulla genitorialità in Italia si finisce per puntare il dito sul sistema diseguale dei congedi e sulla necessità di renderli più paritari per distribuire in modo più equo i compiti di cura. Ma è un’esigenza che arriva dalle stesse famiglie. Negli ultimi anni, infatti, in Italia c’è stato un incremento importante nell’utilizzo del congedo di paternità: secondo i dati Inps infatti, nel decennio tra il 2013 e il 2022 la percentuale dei padri che hanno usufruito di questo diritto è più che triplicata: sono i padri che chiedono di essere presenti nei primi mesi di vita dei loro figli.

«Non si vogliono aprire nuove opportunità lavorative alle donne»

Per Azzurra Rinaldi, attivista, docente e direttrice della Gender School of Economics all’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza questa è una grande occasione mancata: «Poteva essere un’occasione per ribaltare le disuguaglianze di genere sul mercato del lavoro: portare a 5 mesi il congedo di paternità obbligatorio, retribuendolo al 100% come avviene per il congedo di maternità. Avrebbe consentito due trasformazioni. La prima: introdurre (per davvero) il tema del merito nell’ingresso e nella permanenza sul mercato del lavoro. Prevedere per donne e uomini un medesimo periodo obbligatorio di assenza dal lavoro in caso di riproduzione avrebbe davvero spalancato le opportunità alle donne, facendo in modo che le imprese non venissero condizionate dal solito retropensiero (“Se assumo lei, se promuovo lei, poi ogni volta che fa un figlio se ne va per 5 mesi. Lui, invece, no”). La seconda: avrebbe rivoluzionato il ruolo della cura all’interno delle famiglie, favorendo una vera condivisione dei compiti e ribaltando quegli stereotipi che pesano sui talenti delle donne»

Una donna su 5 lascia il lavoro dopo il primo figlio

Non è una questione di opinioni, ma di numeri reali: in Italia una donna su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio. Il nostro Paese ha un doppio primato negativo in Europa: bassa occupazione femminile e natalità. L’istat ci dice infatti che nel 2024 le nascite sono state 369.944, in calo del 2,6% sull’anno precedente (una contrazione di quasi 10mila unità). Paradossale che un governo che mette la famiglia tra i suoi primi valori e che si è dato come mission il contrasto alla denatalità decida di affossare uno dei principali strumenti davvero dalla parte delle famiglie e a tutto vantaggio dello sviluppo economico.

Il peso della cura dentro le famiglie

«Non si vogliono trovare i fondi per una misura che erroneamente viene letta come esclusivamente a favore delle donne» spiega ancora Rinaldi, «Sbagliato: il punto è che noi abbiamo una visione retrograda. Dal cosiddetto bonus mamme fino ad altre iniziative tutto conferma che siamo ancora vittime di una visione tradizionale, patriarcale. Manca invece una visione economica . Che poi è quello che ci chiede il Fondo Monetario internazionale nel suo ultimo outlook sul nostro Paese: ci sono tre fattori di crescita che l’Italia non riesce ancora a valorizzare, ovvero le riforme, la produttività e il capitale umano femminile. Quello del congedo paritario non è solo un tema di giustizia sociale, è un tema che lascia il peso della cura solo sulle spalle delle donne impatta negativamente sulla crescita economica del Paese. Lo dicono da anni il Fondo Monetario, Eurostat, Ocse: le donne sono il vero capitale umano del Paese, si laureano prima, hanno voti più alti ma noi preferiamo tenerle parcheggiate in casa per una certa visione stereotipata della famiglia».

Meno congedi al sud che al nord

Dietro la volontà di non affrontare il tema dei congedi, c’è un tema culturale, insomma. Che si ritrova anche una certa fotografia del Paese: circa il 35% dei padri che avrebbe diritto al congedo di paternità ancora non ne usufruisce (rapporto Inps Save The Children). E i numeri sono molto diversi tra Nord e Sud (al settentrione sono il doppio). Sottolinea Rinaldi: «Ho l’impressione che non si voglia intaccare lo status quo. Si teme che il far passare una proposta di congedo paritario obbligatorio venga recepito male da molti uomini di questo Paese. Si teme che la misura venga recepita strategicamente pericolosa in termini di consenso politico. Quando in realtà stiamo perdendo un’opportunità che non è solo per le donne ma è un’opportunità economica»


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