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La cura dei consumi serve all’industria ma i clienti sono infedeli: test (difficile) a Natale

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27.10.2020

manifattura e commercio

La cura dei consumi serve all’industria ma i clienti sono infedeli: test (difficile) a Natale

di Dario Di Vico27 ott 2020

Se volessimo sintetizzare lo stato dell’economia reale potremmo parlare di una triangolazione asimmetrica: la manifattura finora ha tenuto (vedi produzione industriale), sui conti correnti delle famiglie/imprese si è accumulato l’equivalente del Pil e invece i consumi sono caduti circa del 40% (con punte più alte in alcuni settori). La domanda che segue riguarda la seconda ondata e le conseguenti restrizioni: come si può evitare che la triangolazione di cui sopra non diventi ancor più iniqua e generi un circolo vizioso? In soldoni: la locomotrice della manifattura potrà ancora viaggiare a buon ritmo se viene meno e drammaticamente la domanda? È questo il tema di un’indagine condotta dal Censis di Giuseppe De Rita in partnership con l’associazione Confimprese e la società italiana di retail real estate Ceetrus, indagine che mixa considerazioni di carattere macro-economico e rilevazioni più prettamente sociologiche. Che visione hanno dei consumi gli italiani e come interpretano le nuove restrizioni?

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La prima risposta che ci fornisce il Censis mostra come gli italiani considerino il prossimo Natale una sorta di soglia psicologica. Il 49,7% indica la festività più popolare del calendario come una deadline della loro resistenza alla nuova emergenza sanitaria. Uno spartiacque tra il tempo delle resistenza e quello del cedimento. Del resto le stime di caduta dei consumi di fronte alle nuove restrizioni sono catastrofiche, addirittura 229 miliardi pari al 19,5% reale. Tutto ciò peraltro avviene in presenza di un consumatore che non è stato mai così infedele. Diciotto milioni di italiani durante la prima ondata della pandemia hanno modificato i loro comportamenti d’acquisto, cambiando negozi o brand, gestendo diversamente la spesa o cambiando i criteri di scelta. Oltre 13 milioni hanno «tradito» i negozi alimentari in cui andavano di solito e alcuni di quelli dove si rifornivano di beni non alimentari. E il 42,7% ha acquistato online prodotti che prima acquistava nei negozi fisici, in particolare giovani (52,2%) e laureati (47,4%). Uno spostamento «colossale» di consumatori che presumibilmente «per la gran parte non torneranno nel commercio fisico». I sociologi definiscono quest’insieme di fenomeni come nomadismo, causato anche dalla ricerca del maggior rispetto delle regole di sicurezza sanitaria («compro dove mi sento più sicuro» ha detto il 64% degli italiani e il 71% del solo Sud e Isole) e nel 65% invece dalla caccia a prezzi più bassi. L’indagine valuta anche «alta» la quota di infedeli perché vogliosi di sperimentare marchi che prima non conoscevano, alla ricerca di cose nuove e originali magari più in linea con le trasformazioni culturali indotte dall’esperienza del lockdown.

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In positivo, seppur senza entrare nel campo delle policy, l’indagine Censis-Confimprese sostiene che si debbano far convivere virus e consumi proprio per evitare effetti depressivi sul sistema economico sia a valle, con la chiusura generalizzata dei punti vendita, sia a monte, con una manifattura che si troverebbe in deficit di domanda. Ma la pandemia ha mutato anche le opinioni degli italiani sulla necessità di sostenere i consumi? La risposta del Censis è che «nella società italiana vince un’idea virtuosa dei consumi» con il 76,9% che li considera una priorità, con percentuali omogenee tra Nord e Sud e anche tra differenti classi di reddito. Il 57,1% abbina i........

© Corriere della Sera


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