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Al lavoro da casa (uno su tre): Eni alla rivoluzione permanente

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01.09.2020

la ripartenza

Al lavoro da casa (uno su tre): Eni alla rivoluzione permanente

di Dario Di Vico01 set 2020

Riapre la maggior parte delle aziende più importanti del Paese e il tema che con tutta probabilità i top manager dovranno affrontare nelle riunioni della mattina sarà decidere come dare continuità quantitativa/organizzativa agli esperimenti di smartworking. È’ vero che anche in agosto sui giornali c’è stato un intenso dibattito sul lavoro da remoto ma tra le analisi a tavolino e la realtà concreta delle imprese c’è spesso un disallineamento ed è quindi utile andare alla fonte. E abbiamo scelto l’Eni come case history. Ecco nelle parole di Claudio Granata, Human capital & procurement coordination director , un bilancio dell’esperimento durante il lockdown e i programmi del gruppo non solo per l’autunno ma anche per il dopo vaccino. E se non è l’annuncio di una rivoluzione del lavoro poco ci manca.

Cominciamo da una fotografia: quanti sono i dipendenti e come sono distribuiti?
«I diretti sono 32 mila, di cui 21 mila in Italia. Gli 11 mila che lavorano fuori dai confini nazionali possiamo suddividerli in 5 mila che hanno una mansione compatibile con lo smartworking e 5 mila operativi sugli impianti e le piattaforme. Gli addetti in Italia a loro volta si dividono in 15 mila, anch’essi con mansioni che consentono lo smartworking e 6 mila sugli impianti. Lo stock di personale femminile è attorno al 26% ma i flussi sono più consistenti. Infine l’età media è di 46 anni ma la propensione al digitale non presenta soverchie differenze tra i cosiddetti nativi e gli altri. Diciamo che il nuovo ci piace».

Avevate sperimentato lo smartworking prima della pandemia?
«Sì, coinvolgendo circa 4.500 persone, la stragrande maggioranza del settore commerciale per un’intrinseca necessità di essere in continuo movimento. A loro possiamo aggiungere 350 impiegati che in base ad esigenze specifiche (neogenitorialità, particolari patologie, familiari disabili) ne avevano fatto richiesta. Dal punto di vista del genere la proporzione era fifty fifty. Tutto ciò prima del lockdown ovvero di quando, il 26 febbraio a Milano e il 5 marzo a Roma, abbiamo chiuso gli uffici nel giro di sole 24 ore».

Da allora siamo entrati nella fase della sperimentazione di massa.
«Sì. Le do i numeri: hanno lavorato da remoto 21 mila addetti nel mondo di cui 15 mila in Italia. Grazie a questa repentina dislocazione siamo riusciti ad azzerare il rischio di generare casi di Covid positivi. E nel giro di pochissimo tempo abbiamo fornito ai nostri dipendenti che non li avevano 3.800 laptop per lavorare da casa. Uno sforzo incredibile messo in atto in giorni molto difficili».

Come avete conciliato velocità e sicurezza?
« Ovviamente avevamo già un protocollo di cybersecurity che ha tenuto di fronte all’emergenza. Ma dal 1 gennaio al 30 aprile abbiamo dovuto fronteggiare 568 tentativi di hackeraggio, il 50% in più rispetto al 2019. E 262 di questi che sono chiamati tecnicamente “incidenti” erano indotti dall’introduzione del lavoro in remoto. La rete aziendale Eni, strutturata, ha difeso bene il sistema e non abbiamo avuto alcun problema. A questo risultato ha contribuito l’attenzione di tutte le persone Eni che sono state sempre molte attente a seguire le disposizioni date dalla società. Non abbiamo nemmeno dovuto far ricorso a investimenti aggiuntivi perché abbiamo un budget per assicurare l’aggiornamento costante dei sistemi di protezione dei dati. Le aggiungo qualche altro numero: nel primo mese e mezzo di lockdown abbiamo avuto 803 mila conferenze per oltre 8 milioni di minuti. E 23 mila accessi nel nostro knowledge management system deputato allo scambio delle conoscenze e delle informazioni. Ebbene, siamo riusciti a proteggere tutti questi scambi senza alcun problema».

Quando i dati hanno superato il picco e sono scesi avete introdotto qualche modifica allo schema “tutti a casa”? Come avete monitorato la partecipazione effettiva di tutti alle attività?
«Circa il 15% è rientrato in presidio in ufficio. A San Donato dove è concentrata tutta l’attività tecnica sono rientrate mille persone su 7 mila. Riavvolgendo il nastro possiamo dire che il passaggio dall’ufficio a casa è stato repentino e traumatico, ma non ha intaccato la relazione tra lavoratori e azienda. Non abbiamo registrato problemi di assenteismo o questioni legate alla rigidità degli orari. Al contrario grande disponibilità».

Avete registrato un incremento di produttività?
«Abbiamo alcuni indicatori di performance. Le connessioni con Vpn sono cresciute del 700%, le videoconferenze del 50%, i collegamenti via Skype del 140% e quelli via Teams del 3900%. Ma al di là dei numeri abbiamo registrato grande correttezza di comportamento. Si è generato un meccanismo virtuoso. Forse ha contato anche il tradizionale spirito di appartenenza che ha sempre legato i dipendenti Eni».

Fin qui abbiamo rivissuto cosa è accaduto. Ma con la ripresa delle attività a pieno ritmo che idee avete? Come proseguirà l’esperimento?
«Molto dipenderà dagli scenari esterni che ci saranno forniti dalle........

© Corriere della Sera


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