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Addio a Cesare Romiti, una vita per la Fiat

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18.08.2020

1923-2020

Addio a Cesare Romiti, una vita per la Fiat

di Dario Di Vico18 ago 2020

Cesare Romiti

Sarebbe interessante poter consultare una ricerca sulle origini familiari dei grandi manager italiani per capire se nell’Italia degli anni Duemila ci sono stati casi di mobilità verticale, come quello che ha visto negli anni Cinquanta del secolo scorso Cesare Romiti partire da una modesta famiglia romana e arrivare ai vertici dell’imprenditoria italiana e più in generale del sistema delle élite del Paese. È un tratto della ricca biografia di Romiti che spesso è rimasto in secondo piano ma che oggi nell’epoca delle Disuguaglianze (con la maiuscola) vale la pena riproporre. Assieme a un altro elemento identitario: la capacità di un manager romano che non ha mai rinunciato al suo Dna capitolino — fino all’uso delle cadenze dialettali — di dare l’assalto ai cieli di Torino e Milano, le capitali dell’industria e della finanza.

Le cronache ci raccontano che quest’avanzata non è stata quella di un uomo solitario, ma è stata resa possibile da almeno due amicizie strategiche che Romiti stabilirà sin dal suo primo incarico di rilievo (la Bombrini Parodi Delfino di Colleferro) ovvero Mario Schimberni ed Enrico Cuccia. In queste relazioni, sicuramente decisive per la sua carriera, però Romiti apporta del valore. Non si limita a sfruttare la scia o come si dice oggi a fare networking. Il valore creato dal manager romano lo si può sintetizzare attorno a due materie molto delicate da maneggiare e perciò pregiate, la politica e la comunicazione.

Due materie che le élite del Nord di allora trattavano con estrema cura ma anche con qualche ingenuità e un eccessivo timore reverenziale. Romiti della politica invece conosce tutti i meccanismi, sa pesare i leader che incontra (a cominciare da Ciriaco De Mita e Bettino Craxi) ma è perfettamente in grado di intuirne le strategie invisibili, di illuminarne i dark side, persino di sfruttarne le debolezze. E questo indubbiamente ha finito per assegnargli una marcia in più, come quando nei primi anni Novanta davanti alla chiamata del professor Giuliano Urbani, che vuole organizzare la riscossa borghese dopo la fine della Prima Repubblica, evita il coinvolgimento diretto della Real Casa di Torino e suggerisce al politologo l’indirizzo giusto, quello di Silvio Berlusconi.

Prima di Cesare Romiti anche la comunicazione degli industriali era ingessata, molto tradizionale e comunque limitata a influenzare il perimetro dei circoli e dei giornali amici. Con lui invece si comincia a giocare a tutto campo: il Manifesto di Valentino Parlato non è un nemico di classe ma un giornale con il quale dialogare per far passare messaggi sofisticati, Liberal di Ferdinando Adornato una piattaforma dalla quale tentare di costruire nuovi equilibri. Ma comunicazione è anche gesto, oggi diremmo linguaggio del corpo: i presenti non hanno mai dimenticato come ai funerali di Gianni Agnelli la sagoma di Romiti, dritto come un fuso, in piedi per tutta la funzione religiosa avesse calamitato su di sé sguardi e commenti.

Di lui si può dire certamente che non avesse paura dei conflitti, anzi in qualche modo li cercasse. Per dirla con il linguaggio calcistico, il gioco di rimessa non gli piaceva ma amava togliere la palla agli avversari già in fase di costruzione. E in fondo la mossa della marcia dei 40mila rientra in questo schema.

Beniamino Andreatta dirà che è stato l’unico fatto vero degli anni ‘80, Romiti lo prepara e lo vuole perché non è schiavo delle mediazioni fine a se stesse. Non gioca mai per il pareggio. Tanto che........

© Corriere della Sera


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