L’illusione dell’equivalenza |
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Hai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
Per l’Europa, la condanna di Jimmy Lai a vent’anni di carcere, a Hong Kong, è un richiamo alla realtà. Ribadisce che, per quanto Donald Trump sia brutale e poco democratico, non esiste equivalenza tra Stati Uniti e Cina. Il supplizio dell’editore, leader delle passate e represse manifestazioni democratiche nella ex colonia britannica, è l’esempio, davanti agli occhi del mondo, di come Pechino intende trattare chi dissente dalle idee e dagli ordini del Partito Comunista Cinese. In casa (perché Hong Kong è ormai «normalizzata» e integrata nella cosiddetta madrepatria) e fuori dai confini. Ritenere, come non pochi ritengono nel Vecchio Continente e oltre, che Stati Uniti e Cina siano fungibili, e che quest’ultima sia un’alternativa all’unilateralismo di Washington, non può che portare al disastro.
Non è solo il caso di Jimmy Lai a raccontarlo. E non sono nemmeno le aggressive e apparentemente bizzarre politiche della Casa Bianca a mettere sullo stesso piano Stati Uniti e Cina. Da quando, nel 2012, Xi Jinping è diventato il leader del Paese, la politica di Pechino è via via evoluta verso una postura imperiale. Innanzitutto, nel commercio. Il surplus negli scambi globali, che ha toccato i 1.200 miliardi di dollari nel 2025, non è il successo di un’economia aperta e di mercato: è il prodotto delle politiche........