Repubblica, il testimone ai giovani

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A parte quel clamoroso aggettivo, «ripugnante», rivolto con ammirevole fermezza cristiana a chi, come Vladimir Putin, oppone al desiderio di pace «il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte», è l’appello a un «passaggio generazionale» il pezzo forte del discorso di Capodanno del presidente Mattarella, bilancio di ottant’anni di Repubblica.
Come un pater familias alla guida di una delle tante aziende che hanno fatto la fortuna dell’Italia, il capo dello Stato si è rivolto a nipoti e pronipoti, chiedendo loro di prendere presto in mano le redini dell’impresa che fu fondata da nonni e bisnonni. Ricordando l’incredibile «storia di successo» che la grande famiglia della nazione ha saputo creare in questi otto decenni. E invitando perciò i giovani ad amarla, la Repubblica, ad esserne orgogliosi, per quanto possano sentirla ancora imperfetta, lacunosa, contraddittoria e talvolta persino ingiusta. Perché senza o contro di essa, non c’è che la rovina comune: «La Repubblica siamo noi. Sentitevi responsabili come la generazione che, ottanta anni fa, costruì........

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