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La politica italiana spiegata dalla cannabis

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01.06.2019

Se si volessero studiare le ragioni profonde del successo di Salvini (oltre i social, oltre la Nutella) si potrebbe usare come caso di scuola la storia della cannabis light. Alla notizia della sentenza della Cassazione che la proibisce si sono avuti infatti tre tipi di reazioni da parte delle forze politiche: evviva, mannaggia, non so. L’evviva è di Salvini (e della destra tutta, da Meloni a Gasparri). Il Capitano ha detto: «Sono contro la droga, e per il divertimento sano» (forse si riferiva alle case chiuse che propone di riaprire).

Salvini ha dunque immediatamente iscritto una questione politica in un quadro valoriale, incorniciandola in un’idea della vita. Ha dato una dimensione etico-morale a un problema giuridico-amministrativo. Seguendo, non so quanto consapevolmente, la lezione del linguista americano Lakoff, ha costruito un «frame», una cornice, usando la parola chiave che tutti capiscono e che costringe tutti a schierarsi: droga. In questo modo, e anche al di là della effettiva rilevanza della sentenza sul più generale dibattito in corso in tutto l’Occidente tra proibizionisti e liberalizzatori, ha evocato una scelta di campo.

Prendiamo invece la reazione del Pd, e anche di una parte «liberista» del mondo radicale. Invece di affrontare il tema etico, che sarebbe stato divisivo e avrebbe imposto una scelta (sì o no alle sostanze ricreative?), la risposta è stata — come ti sbagli? — di «mercato». La sentenza non va bene perché fa chiudere 800 negozi e rovina gli investimenti di chi coltiva l’erba. È questa la reazione che definisco «mannaggia». Non «abbasso» la sentenza perché siamo a favore della libertà di scelta degli adulti, che sarebbe stata la posizione etico-morale speculare e opposta a quella di Salvini. Ma un mugugno su un aspetto collaterale, perché non riguarda il consumo ma la produzione.

Infine c’è il «non so» dei Cinque Stelle. Incerti se essere proibizionisti o........

© Corriere della Sera