Il senso politico del referendum |
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Se ci si vuole astrarre per un attimo dal merito del referendum (cosa che non consigliamo affatto agli elettori, la Costituzione dice che si vota sulla proposta, non sui suoi proponenti), allora si vedrà che le conseguenze politiche possono essere molto rilevanti. La più ovvia riguarda il centrodestra. È perfino scontato segnalare che una vittoria del No rappresenterebbe il primo colpo assestato in questa legislatura all’aura di invincibilità di Giorgia Meloni. Finora l’opposizione si è sempre slogata la spalla, ogni volta che ha tentato la «spallata». Alle regionali, come al referendum di Landini contro il Jobs Act. Colpire al cuore la vice-madre di tutte le riforme (la madre è quella del premierato, ma per ora è nel congelatore) sarebbe uno sfregio per una coalizione che dopo quattro anni di governo vanta un’invidiabile stabilità e sondaggi che la danno ancora vincente alle prossime elezioni: un unicum nella storia della seconda Repubblica. Quindi, anche se il governo Meloni non cadrà, con la vittoria del No diventerà più forte chi vuole porgli fine.
Ma per il centrodestra il referendum sta segnalando un problema anche più profondo, interno alla sua base. La componente «legge e ordine», gli elettori che sostengono lo Stato in tutte le sue articolazioni per ottenerne protezione e sicurezza, fanno fatica a mobilitarsi per una campagna contro i magistrati così come l’ha sostanzialmente impostata il ministro Nordio, cui finora è stata delegata la campagna del centrodestra.Una parte politica che si dice sempre dalla parte del poliziotto non può essere sempre contro i pm (il pasticcio creato con lo sfruttamento del caso Rogoredo la dice lunga). L’aspirazione garantista e liberale del Berlusconi di un tempo (autodifesa personale a parte) non si trapianta facilmente sulla tradizione statalista e autoritaria della destra. Così una certa freddezza di quegli elettori che pure la sosterrebbero ancora in un confronto con la sinistra, rischia di far perdere la partita a Giorgia Meloni. Il suo pacchetto di voti, diciamo intorno ai tredici milioni, l’opposizione ce l’ha invece a prescindere: chi vuole disarcionare la premier va a votare sempre, così come fece perfino nel referendum sul Jobs Act, pur sapendo che non sarebbe passato per mancato quorum. Mentre il centrodestra ha il problema, stavolta che il quorum non è richiesto, di mettere l’uno sull’altro altrettanti milioni di voti di simpatizzanti ai quali ha già detto che, se pure perde, non succede niente.Ecco perché l’affluenza sarà decisiva: riuscirà la destra a svegliare la «maggioranza silenziosa», offrendole un buon motivo per andare al seggio?
In caso di sconfitta, ci sarebbe però anche una rilevante e forse persino «storica» conseguenza politica per la sinistra. Ha finora sempre disposto di un potere di veto sulle riforme costituzionali. Dei quattro referendum confermativi finora tenuti, sono infatti passati solo i due in cui aveva detto Sì: quello sulla riforma del regionalismo voluta dal governo Amato nel 2001, e quello per la riduzione del numero di parlamentari pretesa dai Cinquestelle nel 2020, cui anche il Pd, in origine contrario, dovette sottostare per andare al governo con Conte. Sono stati invece bocciati i due referendum in cui la sinistra si è opposta, e che più incidevano sulla forma di governo e sul processo legislativo: il primo di Berlusconi nel 2006, il secondo di Renzi nel 2016. Nonostante fosse allora il leader del Pd, contro quest’ultimo si mobilitò infatti la sinistra più radicale, quella interna innanzitutto (Elly Schlein, Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani non si peritarono allora di votare insieme alle destre contro il segretario del loro partito, mentre oggi rinfacciano la stessa colpa ai riformisti del Pd che sono per il Sì).
Questo «monopolio» sulla Costituzione, che è stato costruito nel senso comune con un certo successo, si basa sulla presunzione che la Carta del 1948 sia di sinistra. Il che è innanzitutto storicamente infondato. Non solo perché la Costituzione fu, come ovvio, un compromesso tra le due forze maggiori uscite dalla Resistenza: democratico-cristiani e social-comunisti. Ma anche perché numerose istituzioni previste dalla Carta, le stesse che oggi più accanitamente la sinistra difende, furono in realtà osteggiate nell’Assemblea costituente dal Pci. Per esempio la Corte costituzionale, che i comunisti non volevano e che Togliatti definì una «bizzarria». Oppure i poteri attribuiti al capo dello Stato nella soluzione dei conflitti, il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti e perfino la stessa indipendenza della magistratura, poiché «non possono esservi poteri completamente sottratti al controllo delle istanze democratiche»: il Pci, a quei tempi, si fidava più del popolo che dei magistrati.La possibilità di mettere fine per la prima volta alla pretesa che la Costituzione appartenga alla sinistra è una posta in gioco politica del referendum che la destra, di scarsa cultura costituzionale, non ha ancora visto, o comunque non ha usato. Se quel potere di veto risulterà di nuovo vincente, allora nessuna stagione di riforme potrà aprirsi per molto tempo ancora. Se invece cadesse, la sinistra perderebbe forse l’ultima ideologia unificante di cui disponga: il patriottismo costituzionale.
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