Il rifiuto al Papa e la risposta che oggi nessun politico oserebbe dare: quando De Gasperi fece infuriare Pio XII pur di non allearsi con i fascisti |
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Il rifiuto al Papa e la risposta che oggi nessun politico oserebbe dare: quando De Gasperi fece infuriare Pio XII pur di non allearsi con i fascisti
C'era una volta de Gasperi - Quarta puntata| Successivamente il pontefice si vendicò, rifiutandogli un’udienza privata. La replica del leader della Dc: «Come cristiano accetto l’umiliazione, ma come presidente del consiglio esprimo lo stupore per un rifiuto così eccezionale»
Luglio 1946 Roma, pizza San Pietro; De Gasperi (il secondo da sinistra) con De Nicola dal Papa Pio XII (Foto Fondazione Trentina Alcide De Gasperi)
De Gasperi era un cattolico devotissimo e obbediente, ma anche un uomo politico profondamente laico, convinto che a chi governa spettasse il compito di perseguire l’interesse del Paese, più che della Chiesa. Fu questa sua convinzione al centro del grande scontro che l’allora presidente del Consiglio ebbe nel 1952 con Papa Pio XII. Si avvicinavano le elezioni amministrative in grandi città italiane, Roma tra queste. E la destra, monarchica e missina, era chiaramente in crescita, soprattutto al Sud; anche a causa della reazione dei ceti possidenti nei confronti delle riforme sociali (quella agraria in primo luogo) avviate dal governo De Gasperi.
Papa Pacelli era ossessionato dal timore che la Città Eterna cadesse nelle mani delle sinistre, le quali avevano presentato una lista civica comune (il Blocco del Popolo) e ne avevano affidato la guida a Francesco Saverio Nitti, una grande personalità del regime liberale e prefascista. Per evitare questo esito, che considerava sacrilego, Pio XII e il cosiddetto «partito romano» (composto da ambienti della destra della capitale e alte gerarchie ecclesiastiche) spingevano affinché la Dc non presentasse il suo simbolo alle elezioni amministrative ma confluisse in una lista civica insieme con missini e monarchici. De Gasperi era molto contrario a questa ipotesi. Innanzitutto perché, se pure avrebbe accettato una collaborazione con i monarchici, la escludeva con i missini, esponenti di un partito che aveva raccolto gli ideali e il personale politico della Repubblica Sociale. Ma anche perché riteneva la Democrazia Cristiana in grado di vincere le elezioni di Roma senza trasformarsi in una forza clericale; a suo parere, sarebbe stato di un danno anche per la Chiesa, perché avrebbe spinto gli altri partiti moderati, alleati nel «centrismo», verso posizioni anticlericali.
Il «microfono di Dio»
All’emissario del Papa, il gesuita Lombardi, detto anche «microfono di Dio» per la virulenza con cui conduceva le sue battaglie politiche alla radio, fece sapere che considerava quest’operazione politica una «grave sciagura da ogni punto di vista». Il presidente del Consiglio si disse pronto a dimettersi, per non disobbedire al pontefice. Ma non avrebbe mai accettato di condurre lui quell’operazione. De Gasperi, del resto, sapeva che se si fosse dimesso le elezioni amministrative di Roma sarebbero state rinviate.
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Le pressioni sulla moglie di De Gasperi
Il Papa affidò dunque a Don Luigi Sturzo, l’ex leader dei Popolari prima del fascismo, il compito di mettere insieme la lista civica con la destra. E furono cinque giorni di passione, come li ha raccontati nella sua biografia del padre Maria Romana De Gasperi. Drammatica fu la visita di padre Lombardi alla moglie di De Gasperi. Voleva che la signora convincesse il marito a cedere, alzando anche la voce al punto che i carabinieri di guardia all’esterno accorsero per vedere che cosa stava succedendo e come mai un gesuita e la moglie del presidente del consiglio stessero litigando. Padre Lombardi la minacciò di gravi conseguenze se il marito non avesse ceduto. La signora Francesca tenne duro: «Andate al fascismo, ve lo vedrete il fascismo…». E il gesuita: «Meglio il comunismo… gli americani non vogliono il comunismo e preferiscono il fascismo». Alla fine, Don Sturzo dovette rinunciare al suo tentativo perché i missini chiedevano troppo, cioè di essere presenti sulla lista con il proprio simbolo e i nomi scelti da loro. Ma la Dc vinse ugualmente le elezioni, agevolmente, battendo sia le sinistre che le destre. Nonostante in quella tornata elettorale sia stata costretta a cedere le città di Napoli e Bari alle destre unite.
De Gasperi, insomma, aveva avuto ragione. E aveva sconfitto il progetto politico di Pio XII. Ma la vicenda ebbe uno sgradevolissimo strascico personale. Quando, dopo le elezioni, il presidente del Consiglio chiese al pontefice un’udienza privata, in occasione dei voti perpetui della figlia Lucia che si faceva suora, il Papa non volle riceverlo. Fu per De Gasperi una sorpresa, un dolore e un’umiliazione. Eppure, reagì politicamente da rappresentante della Repubblica italiana. Rispose infatti così per iscritto all’ambasciatore che gli comunicava il «no» del Papa: «Come cristiano accetto l’umiliazione, benché non sappia come giustificarla; come presidente del Consiglio italiano e ministro degli esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e della quale non mi posso spogliare neanche nei rapporti privati, mi impone di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla segreteria di Stato un chiarimento». Non so quanti politici di oggi, anche non cattolici, sarebbero capaci di dare una tale risposta al Santo Padre.
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