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Giovani, laureati e disoccupati. La verità sul lavoro (che nessuno dice)

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02.05.2019

di Antonio Polito02 mag 2019

Agli inizi degli anni Duemila, al culmine dei trionfi della new economy, quando sembrava che niente e nessuno sarebbe mai giunto a interrompere la fantastica cavalcata della crescita mondiale basata sulla information technology, un istituto di ricerca di Londra pubblicò una ricerca che fece sensazione. Diceva che nei vent’anni successivi i mestieri più richiesti sarebbero stati quello di parrucchiere, di gran lunga al primo posto, e di badante al secondo.

Il risultato

La previsione colpì per la semplice ragione che gli esperti e i media ripetevano invece tutti come un mantra che il mondo andava verso la «knowledge economy», l’economia della conoscenza, in cui solo chi avesse avuto un alto livello di educazione poteva sperare di diventare così flessibile da adattarsi ai cambiamenti continui indotti dall’innovazione nel mercato del lavoro.
I partiti di sinistra, tradizionalmente concentrati sull’obiettivo della uguaglianza di reddito, ci credettero così tanto che lo sostituirono con l’uguaglianza delle opportunità: il compito dello Stato doveva essere solo di offrire a tutti una educazione di alto livello, poi il mercato avrebbe scovato quelli bravi.
Come è noto, così non andò, e non solo per la recessione del 2008. Aveva ragione quella ricerca. I lavori più facili da trovare nei due decenni del Duemila sono stati del genere parrucchieri e badanti, cioè lavori che apparentemente non richiedono un alto grado di competenza e........

© Corriere della Sera