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Don Loffredo e «La Paranza»

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18.06.2019

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18 giugno 2019 (modifica il 18 giugno 2019 | 10:20)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Per noi la sussidiarietà è Vangelo. E che cazzo!». Don Antonio Loffredo non parla come un prete, ma agisce come un santo. Non un santo del genere ascesi ed estasi, ma di quelli guerrieri. A lui si deve la più riuscita impresa di volontariato sociale di Napoli, e forse d’Italia. Girano ormai una sessantina di ragazzi, ragazzi di strada, o meglio tolti dalla strada, intorno alla «Paranza», la cooperativa che ha trasformato le Catacombe di San Gennaro da misterioso e misconosciuto sito in una delle maggiori attrazioni turistiche della città. Centotrentamila visitatori all’anno, occupazione e lavoro per giovani che altrimenti l’avrebbero cercata nell’altra e meno onorata società, la camorra; e soprattutto un grande investimento sociale, nel senso che sta cambiando il quartiere della Sanità, non esattamente un posto per angeli: «Perché decine di migliaia di turisti in giro per il rione tutto l’anno ti spingono a comportarti diversamente, a tenere più pulite le strade, ad aprire un negozio e a concentrarti sul guadagno lecito. Insomma, i miei ragazzi stanno cambiando non solo la loro vita, ma anche la comunità in cui vivono».

Il «sociale che rende»

Il punto di questa storia sta proprio qui. Troppo spesso confondiamo l’intervento nel sociale con la beneficenza. La misericordia non può essere certo estranea a nessun uomo o donna di buona volontà. Ma l’impresa sociale è qualcosa di più. Ciò che fa la........

© Corriere della Sera