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Accordi e giri di valzer

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19.03.2019

La polemica che si è aperta nel governo sull’accordo Italia-Cina dimostra che il sovranismo è una categoria politica molto relativa, per quanto assoluta e inflessibile voglia apparire. È bastata infatti una intesa bilaterale, anzi, un memorandum di intesa, per far temere a Salvini il rischio di una «colonizzazione» dell’Italia. Dopo mesi passati a difendersi da un’Europa dipinta come nemica, eccoci qui a scoprire che ogni relazione internazionale comporta un condizionamento, quando non una limitazione, della propria sovranità. Perché così funziona il mondo interconnesso; e se non sei connesso, non sei.

Ma se il sovranismo è fragile e fallace come tutti gli «ismi», la sovranità è una cosa seria. Il termine, di origine medievale, viene dal francese, e identifica la qualità del potere dello Stato sovrano, non più dipendente da poteri esterni e universali, come erano l’Impero e la Chiesa. Nel mondo di oggi ci sono però solo due modi per non dipendere dagli altri: disporre di una potenza, economica e/o militare, tale da poterne fare a meno; oppure fare accordi con loro nel comune interesse. Non credo che si debba specificare quale sia l’opzione praticabile per l’Italia.

L’accordo Italia-Cina rientra in questa fattispecie? Si direbbe di sì. È ovvio che la Cina sta perseguendo un obiettivo di espansione della sua influenza e dei suoi commerci in Europa, e ci sta utilizzando come porta d’ingresso. Ma è altrettanto intuitivo che la Via della Seta sbuca nel Mediterraneo (sperando che non si fermi in Val di Susa); e non ci sono molte altre strade per rilanciare il nostro Paese, e soprattutto il nostro Mezzogiorno, che non passino dal Mare Nostrum.

Il problema dunque non è l’accordo. Il problema siamo noi, intesi come Italia e suo governo. Ciò che infatti genera sospetto quando non allarme nei nostri tradizionali alleati in America e in Europa è ciò che è avvenuto prima, e quello che può accadere dopo. Il problema è che, da quando è nato, il governo giallo-verde non ha dato un solo segnale chiaro di quale sia la direzione di politica estera che vuole imprimere all’Italia. Verso Budapest e Varsavia? O verso Mosca? Verso Trump o verso Xi Jinping?

Non che si debba per forza scegliere con chi stare, intendiamoci; ma da quale parte stare sì. I democristiani, durante la Prima Repubblica, scelsero con tanta nettezza da che parte stava l’Italia che poi si poterono permettere più di qualche affare fuori dal giro.

Invece, per il momento, il governo italiano appare abbastanza infido a tutti, e i nostri soliti giri di valzer preoccupano dunque di........

© Corriere della Sera