Papa Leone nell'isola dei migranti |
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Il programma dei viaggi del papa annuncia che il 4 luglio Leone XIV sarà a Lampedusa, approdo di migranti e rifugiati. Lì, nel 2013, Francesco denunciò gli scafisti, ma soprattutto la «globalizzazione dell’indifferenza»: «Ci ha tolto la capacità di piangere». Iniziava lì il suo costante discorso sul dramma dei migranti, ma anche sulla chance che essi rappresentano per Paesi in crisi demografica. Leone andrà nell’isola nel giorno in cui gli Stati Uniti celebrano «America 250», il Giorno dell’Indipendenza. Si dice che qualche responsabile americano l’avrebbe voluto in patria per quella data. Ma il papa non andrà negli Usa per tutto il 2026. Sarà invece a Lampedusa il 4 luglio.
Nel viaggio in Spagna, a giugno, visiterà anche le Canarie, approdo della rotta atlantica dei migranti e testimone di tanti morti in mare. Al Giubileo dei migranti il papa ha detto loro: «Siate benvenuti». Non è solo continuità con Bergoglio, ma un tema, l’accoglienza ai migranti, che Prevost sente anche per storia personale. Mentre i Paesi europei s’induriscono sulla questione migratoria, Leone dice: «Si stanno adottando misure sempre più disumane — persino politicamente celebrate — per trattare questi “indesiderabili” come se fossero spazzatura e non esseri umani». Sono posizioni che vengono da lontano nella Chiesa: Pio XII, nel secondo dopoguerra, teorizzò il «diritto a uno spazio vitale» per la famiglia esule.Recentemente i delegati dei vescovi statunitensi, canadesi e latinoamericani, riuniti in Florida, hanno emesso unanimi un testo che fa stato di una posizione comune: «Nessun migrante è straniero per la Chiesa… La mobilità umana non può essere ridotta a una questione puramente politica o economica. È una realtà profondamente umana che interpella la nostra coscienza cristiana e la responsabilità etica delle nazioni».
La Chiesa, in società politiche tanto polarizzate («la crescente polarizzazione che ferisce il discorso pubblico e indebolisce la coesione sociale», dice il testo), si presenta unita dal nord al sud dell’America. Lo favorisce la presenza di un papa americano che ha tanto lavorato in Perù, ma anche l’idea che la sfida oggi è «continentale». La divisione dell’episcopato degli Stati Uniti trova un contesto più ampio in cui ridimensionarsi, sia perché i temi sociali lo uniscono, ma anche perché si colloca in una missione più vasta. Del resto la presidenza Trump non solo ha intrapreso azioni forti in America Latina, come in Venezuela, ma rappresenta un modello politico per vari Paesi.
Nonostante i tentativi di «annettere» la Chiesa a politiche identitarie e sovraniste o di leggere il nuovo pontificato come negazione del precedente, la realtà è diversa. La personalità del papa si delinea ovviamente diversa da Francesco. Le situazioni cambiano. Ma Leone è sensibile ai grandi temi bergogliani, a partire dall’Evangelii Gaudium, da lui riproposta ai cardinali, una vera guida (fin dall’inizio inascoltata almeno in parte) per la Chiesa nel mondo globale. Leone XIV sta introducendo la Chiesa in un mondo globale scomposto e a rischio di scontro, con radicali cambiamenti nel panorama umano. In tale processo, la Chiesa è «sola», senza alleanze politiche (come era la proposta «irrituale» che la Santa Sede entrasse nel Board of Peace di Trump o altre), ma cordialmente aperta all’incontro con tutti, capace di attirare l’interesse con posizioni che stridono con il mainstream dei nostri giorni. È anche più sola rispetto alle altre Chiese cristiane, non perché manchi volontà ecumenica, ma per le difficoltà del mondo ortodosso causate da guerra e divisioni e anche di quello protestante (si vedano le questioni tra anglicani).
Il cattolicesimo si misura con diversità e polarizzazioni. Leone le affronta con serenità ma, fin dal suo motto agostiniano («nell’unico Cristo siamo uno»), rivela come la cura per l’unità di una grande e composita Chiesa accompagni sempre il suo agire. E l’unità si fa nell’ascolto di tutti e nell’indicare obbiettivi che aiutino a superare le contrapposizioni interne, in fondo autoreferenziali. Dodici anni da priore generale di un ordine di tremila frati in cinquanta Paesi e di una vasta famiglia agostiniana, otto da vescovo di una non facile diocesi peruviana, l’hanno forgiato nell’arte pastorale che compendia unità e diversità. Nella crisi delle organizzazioni e delle visioni globali, assediate da nazionalismi o da protagonismi unilaterali, la Chiesa cattolica, malgrado i suoi problemi, si presenta con un’originalità marcata: un messaggio diretto alla «persona» e, d’altra parte, una visione universale imperniata sull’unità del genere umano («siamo tutti sulla stessa barca», disse Francesco durante il Covid).
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