La Rai che faceva cultura con le paillettes
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In un baratro così profondo la Rai non era mai caduta: siamo al punto che persino le mura di Viale Mazzini espellono gli inquilini per l’amianto. E dire che di tempeste ne ha navigate: lottizzazioni, crisi economiche, la Vigilanza... Ma oggi il quadro è desolante. Da un anno l’azienda è una nave senza nocchiere; la sciagurata performance di Paolo Petrecca ha fatto ridere il mondo intero, coprendoci di ridicolo; su Rai3, Giletti e Ranucci si sfidano a colpi di WhatsApp su lobby gay e lenzuola stropicciate; Rai Sport guarda sfilare i diritti dei tornei Atp; la dirigenza sembra latitare. Se non fosse per quel decreto ministeriale che la tiene in vita con l’ossigeno degli «eventi nazionali» e per alcune pregevoli trasmissioni, il suo ruolo sarebbe ridotto a megafono del governo di turno.
La Rai è un bersaglio fin troppo facile. Ma il punto non è pretendere un palinsesto monastico con Verdi in prima serata e Molière ai vespri. Antonello Falqui aveva dimostrato che si può fare cultura anche con le paillettes del sabato sera, purché ci siano eleganza e mestiere.
Politica e Rai hanno stretto un patto scellerato che permette loro di accedere a notorietà e responsabilità prescindendo da un percorso professionale in cui si sia consolidata una preparazione.
Come si esce dal baratro quando l’incompetente non si accorge della propria incompetenza?
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"Un piccolo frammento domenicale che il Corriere della sera offre a chi ha ancora voglia di notare la contraddittorietà dell'esistere, le luci e le ombre di tutto ciò che ci passa sotto gli occhi, curiosando nelle pieghe di qualche personaggio. Con un po' d'ironia e disincanto. Da noi, purtroppo, l'assenza di grandi moralisti ha permesso il dilagare dei moralizzatori."
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