Festival, perché non sta funzionando: il format di Conti è impiegatizio, Pausini è a disagio. E «fenomeni» non ce ne sono
La formula sembra usurata: troppe ore di diretta, troppe canzoni e un ritmo altalenante. Così il calo degli ascolti viene percepito come un crollo
Laura Pausini e CarloCOnti sul palco dell'Ariston durante la seconda serata della manifestazione canora
Giunti a questo punto del Festival, si possono addurre tutte le giustificazioni possibili; una cosa, però, appare evidente: Sanremo 2026 non funziona, o quantomeno non è all’altezza delle edizioni precedenti.
Sarebbe fin troppo semplice attribuire ogni responsabilità a Carlo Conti, che pure non ne è esente.
Il nodo sta piuttosto nel «format Conti», poco adatto a una manifestazione di tale portata: eccessivamente impiegatizio, troppo preoccupato che tutto proceda senza intoppi e ancorato a una visione televisiva che guarda più al passato che al presente.
La scaletta della terza serata | La classifica dopo la seconda serata
Dopo la prima serata, gli autori avrebbero dovuto introdurre uno scarto, un elemento di discontinuità; la seconda, invece, è stata costruita pigramente sulla falsariga della precedente.
Il Festival è stato percepito sin dall’inizio come una sorta di «restaurazione»: una conduzione istituzionale e rassicurante, priva di quell’imprevedibilità capace di alimentare l’interesse.
Il risultato è un persistente «effetto déjà-vu».
Le pagelle dei nostri inviati
Analogo il discorso per Laura Pausini: interprete straordinaria, ma visibilmente a disagio nel ruolo di conduttrice.
Non è chiaro se le manchi l’umiltà di approfondire il linguaggio televisivo o se, più semplicemente, non abbia avuto accanto una guida capace di trasmetterle il mestiere.
Conti e Pausini non riescono a «creare l’evento», come si è visto negli omaggi a Pippo Baudo, a Peppe Vessicchio e a Ornella Vanoni — e varrebbe forse la pena ricordare la lezione di Fabio Fazio.
Evidentemente, non è bastato il momento toccante in cui Achille Lauro, accompagnato dal soprano Valentina Gargano e da un coro di venti elementi, ha cantato «Perdutamente», un ricordo delle vittime di Crans-Montana.
L’omaggio di Achille Lauro alle vittime di Crans Montana, Lollobrigida e Vitozzi, le nuove proposte: i 5 momenti clou della seconda serata
Gli effetti più riconoscibili della «crisi» di Sanremo sono questi:
Stanchezza del format: dopo anni di grande successo (soprattutto dal 2020 in poi), il meccanismo appare ripetitivo.
La formula sembra usurata: troppe ore di diretta, troppe canzoni e un ritmo altalenante. Con l’avvento dei giudizi «epidermici» dei social, ci si abitua a picchi altissimi; di conseguenza, ogni edizione leggermente meno brillante viene percepita come un crollo.
Assenza di «fenomeni»: negli ultimi anni il cast vantava nomi importanti per il pubblico giovane e lo streaming. Se mancano artisti percepiti come «generazionali», l'impatto mediatico cala.
Sanremo vive di meme e viralità: senza «momenti iconici» (qualunque cosa voglia dire) la conversazione online si raffredda (stavo per scrivere «l’asticella dell’hype» si abbassa), dando l'impressione che il Festival non «funzioni», anche se gli ascolti restano discreti.
Mutamento dei consumi: la fruizione musicale è ormai polarizzata su TikTok e Spotify. Il modello televisivo tradizionale appare meno centrale rispetto a soli tre o quattro anni fa.
Il fattore calendario: quest'anno il Festival è iniziato il 24 febbraio, tre settimane dopo il consueto, per evitare la concomitanza con le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina.
Questo slittamento ha spezzato il rito collettivo della «settimana di Sanremo» di inizio febbraio, costringendo l'evento a scontrarsi con una programmazione televisiva più densa, incluse le partite di Champions League che hanno sottratto pubblico nelle prime serate.
26 febbraio 2026 ( modifica il 26 febbraio 2026 | 15:04)
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