Al mondo serve una cura di digital detox
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La provocazione è il solo modo di rimettere in sesto la realtà. Si dibatte molto sulla proibizione dei social network ai più giovani per preservarne la salute mentale, come se bastasse spegnere il telefonino a guarire un’epoca. Non sarebbe più giusto il contrario? Insegnare ai giovani un’alfabetizzazione critica e proibire agli adulti di esibirsi sui social, tanto non li sanno usare e si coprono di ridicolo.
Il digital detox non è una moda: è profilassi contro la valanga di idiozie che intasa l’etere e ottunde il cervello. Persino chi ha responsabilità istituzionali cede a una singolare disinibizione digitale: dietro uno schermo si dice ciò che non si direbbe mai guardando qualcuno negli occhi.
Donald Trump si è costruito un canale personale per riversare ogni impulso, con effetti devastanti. Mentre il Quirinale invita ad abbassare i toni, da Palazzo Chigi partono subito video contro la magistratura. Dopo i fatti di Rogoredo, Matteo Salvini scrive: «Io sto col poliziotto, avanti con la tutela legale». Antonio Tajani sbarca mesto in America e twitta: «Siamo venuti a Washington a testa alta». Per elencare gli epic fail della politica pop servirebbe un’enciclopedia illustrata dell’imbarazzo.
I bambini sui social giocano a fare i grandi. Comprensibile. Ma perché tanti adulti insistono a fare i bambini? (semicit.)
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"Un piccolo frammento domenicale che il Corriere della sera offre a chi ha ancora voglia di notare la contraddittorietà dell'esistere, le luci e le ombre di tutto ciò che ci passa sotto gli occhi, curiosando nelle pieghe di qualche personaggio. Con un po' d'ironia e disincanto. Da noi, purtroppo, l'assenza di grandi moralisti ha permesso il dilagare dei moralizzatori."
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