«Dawson’s Creek», quei ragazzi turbolenti verso l’età adulta

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«Dawson’s Creek», quei ragazzi turbolenti verso l’età adulta

La serie in onda per 6 stagioni e 128 episodi aveva per protagonisti un gruppo di teenager alle prese con la loro linea d’ombra

Una impolverata cassetta VHS che ansima nel vecchio videoregistratore, la paura che il nastro si strappi, le immagini un po’ sbiadite… eppure la sindrome di Proust colpisce ancora.

La mia madeleine è una puntata di «Dawson’s Creek», omaggio alla scomparsa di James David Van Der Beek. Era il gennaio del nuovo secolo quando Italia 1 cominciò a trasmettere la serie (sei stagioni e 128 episodi).

Sullo sfondo della cittadina di Capeside, Massachusetts, quattro liceali — lontani dai patinati stereotipi di «Beverly Hills» — vivono il passaggio turbolento verso l’età adulta: problemi di cuore, domande senza risposta, desideri incompresi, ma anche temi delicati come la droga, l’omosessualità e l’infedeltà coniugale dei genitori.

Dawson Leery (James Van Der Beek) è il tipico ragazzo americano con un sogno nel cassetto: fare il regista sulle orme del suo idolo, Steven Spielberg.

Conosce a memoria ogni sequenza dei suoi film e ne sta girando uno con i propri amici; proprio grazie a questa sua passione, tutta la serie è piena di citazioni cinematografiche.

Incuriosiva il fatto che «Dawson’s Creek», nel frattempo diventato un fenomeno di costume in America, non «rappresentasse» le nuove generazioni, ma, più semplicemente, le facesse parlare con il loro linguaggio disinvolto e al tempo stesso discreto, pieno di ingenuità.

Non era un ritratto generazionale quanto piuttosto una storia paradigmatica che aveva per protagonisti dei teenager alle prese con la loro linea d’ombra. Imparammo il termine teen drama.

Attraverso personaggi fin troppo consci della loro condizione di adolescenti, prendeva forma l’immagine di ragazzi apparentemente integrati, spensierati, problematici il giusto, ma che sotto la patina delle apparenze nascondevano un «resto» difficilmente penetrabile: i primi tormenti sentimentali, le incomprensioni con la famiglia, la ricerca di protezione nel gruppo dei pari e soprattutto l’aspirazione a una «normalità» che poteva persino essere intesa come una forma sottile e poco appariscente di opposizione, di anticonformismo, di ribellismo.

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