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Morto Gabetti, l’ultima intervista a Cazzullo: «Io da dattilografo ad Agnelli attraverso Mattioli e Olivetti»

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14.05.2019

di Aldo Cazzullo14 mag 2019

Di seguito pubblichiamo l’ultima intervista ad Gianluigi Gabetti di Aldo Cazzullo pubblicata dal Corriere nel febbraio del 2018.

Gianluigi Gabetti, qual è il suo primo ricordo?
«Le passeggiate con i nonni sotto i portici di via Sacchi a Torino, dove sono nato il 29 agosto 1924, vicino alla casa di Bobbio. Incontravamo spesso “uffiziali” di cavalleria, come li chiamava la nonna, che mi raccontava la loro pena per aver dovuto caricare gli operai, durante i disordini del 1920».

Cosa facevano i suoi genitori?
«Mia madre Elena amava giocare a tennis. Aveva imparato al circolo di Bordighera, dove c’era una piccola comunità di ufficiali inglesi venuti a curarsi le ferite della Grande Guerra. Diventò una delle prime giocatrici italiane di prima categoria. Mio padre Ottavio era capo di gabinetto del prefetto di Torino. Fu trasferito sul Garda, perché D’Annunzio dal Vittoriale aveva chiesto che a reggere la sottoprefettura ci fosse uno di quelli che piacevano a lui. Papà era andato in guerra da volontario».

Come si trovarono suo padre e D’Annunzio?
«Benissimo. D’Annunzio gli chiedeva dei soldi e faceva la corte a mia madre, che era molto bella e altrettanto riservata. La prendeva sottobraccio e le mostrava la prua della nave Puglia, declamando sciocchezze: “Quando morirò i miei legionari grideranno “La nave Puglia si è fatta pietra!””. D’Annunzio amava molto fotografarsi, avevamo la casa piena di sue foto».

Che ricordo ha del fascismo?
«Una bardatura. Un travestimento. Il fascismo ha travestito l’Italia: un Paese agghindato da fascista, che si comportava da fascista. Sentivo i nonni dire: “È tutta una pagliacciata, ma non diciamolo a Ottavio per non metterlo in difficoltà”».

Perché?
«Mio padre doveva indossare la divisa in orbace. Che detestava, sia per il tessuto sia per la foggia. Fu nominato prefetto a Sassari. Andammo tutti e ci piacque molto. Studiavo al liceo Azuni, dove c’era già Enrico Berlinguer e da lì a poco sarebbe arrivato Francesco Cossiga».

Com’era la Sardegna degli anni ‘30?
«Meravigliosa. Il fascismo la lambiva appena. Spazi immensi e vuoti. I sardi ci invitavano alla caccia al cinghiale. Sono persone di forti sentimenti. Quando nel 1940 tornammo in Piemonte, a salutarci alla stazione erano a migliaia».

Come ricorda la guerra?
«I bombardamenti distrussero la nostra casa di Torino. Riparammo in campagna, a Magliano Alfieri. Nel castello era di stanza un reggimento. Parlo tedesco, e l’8 settembre il colonnello comandante mi chiamò come interprete. I nazisti chiesero la resa incondizionata. Provai un’umiliazione profonda nel tradurre la........

© Corriere della Sera