We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close
Aa Aa Aa
- A +

Ma Notre Dame non può morire

1 22 4168
16.04.2019

Quelli che ardono in tv e sugli smartphone sono legni e metalli; non è Notre Dame. Possono crollare pietre che saranno ricostruite; non può morire un simbolo, una fede, una nazione. Quando un popolo non sa più chi è, quando un Paese non conosce più la propria missione nella storia, quando una nazione antica, forse vecchia, dubita del proprio ruolo nel mondo, anche una tragedia può servire a scuoterla. Quando Victor Hugo scrisse «Notre-Dame de Paris», la Cattedrale non era forse ridotta molto meglio di come la lasceranno le fiamme divampate ieri tra le lacrime dei fedeli e lo sgomento dei turisti. I rivoluzionari l’avevano devastata e vagheggiavano di farne il tempio della Dea Ragione, o una cava di pietra. Le statue della facciata erano state abbattute, perché agli occhi dei giacobini non raffiguravano i re di Giudea ma i monarchi dell’Antico Regime.

A ricostruire Notre Dame, prima ancora dell’architetto neogotico Viollet-le-Duc, fu un romanzo. Hugo non era animato da spirito religioso. Era un romantico che aveva intuito una cosa sfuggita nell’impeto rivoluzionario: Notre Dame era la Francia. Un popolo è il proprio passato; quindi la cattedrale dedicata alla Madonna rappresentava l’identità nazionale meglio ancora di Giovanna d’Arco o della Gioconda, già allora esposta al Louvre. Così lo scrittore inventò un amore impossibile tra un gobbo e una zingara, le due creature più disprezzate, che all’ombra delle guglie trovavano riparo dalla crudeltà del potere. Il successo fu immenso. Da lì nacque l’idea di salvare la cattedrale.

L’incendio di ieri segna il culmine di una crisi dell’identità francese. Il rogo è scoppiato a causa dell’incuria, e al di là dell’abnegazione dei pompieri i soccorsi sono apparsi fin da subito inadeguati. Pure Macron è stato colto di sorpresa: stava preparando un intervento politico in televisione, ha capito che non poteva parlare d’altro, ma ha tardato a precipitarsi sul posto; dove del resto la sua presenza sarebbe stata letta come una conferma di impotenza, con quei getti d’acqua che parevano fontanelle rispetto alla grandezza della tragedia, mentre il tetto cedeva, la guglia – neogotica, non originale – si spezzava, il cuore stesso di Parigi tremava.

Eppure il rogo è per la Francia anche la chance di ritrovare una coesione messa a dura prova dalla crisi economica, dalle incertezze del presidente, da un’opposizione sterile e a volte violenta. Da decenni il Paese che ha contribuito a dare al mondo i diritti dell’uomo e all’Europa il sogno della democrazia vive un grand malaise, un malessere che non può essere spiegato soltanto con........

© Corriere della Sera