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La Spagna al voto: il gran ritorno di Aznar, «padrino» della nuova destra

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24.04.2019

La destra, compresa quella estrema — vera novità della campagna elettorale — ha bisogno dei secessionisti catalani, per presentarsi come la salvatrice della Spagna. E ai secessionisti catalani sotto sotto non dispiacerebbe che vincesse la destra. Il premier uscente Pedro Sánchez (Madrid, 1972), socialista, offre il dialogo. Ma loro non vogliono il dialogo; vogliono la rottura. Lo strappo. L’indipendenza: un sogno forse impossibile, certo pericoloso.

Si vota domenica. Sono le terze elezioni generali in tre anni e mezzo. Arriverà primo il Psoe di Sánchez, cui il re dovrebbe affidare l’incarico di formare il governo; ma resterà lontano dalla maggioranza assoluta, anche sommando i seggi di Podemos, sempre in mano a Pablo Iglesias (Madrid, 1978), passato dalla rivoluzione chavista all’appoggio esterno. Sarebbero allora i catalani — e i baschi — a consentire la nascita di un esecutivo di sinistra, più morbido nella gestione della crisi indipendentista.

I sondaggi però sottovalutano la destra. Divisa in tre partiti. I popolari escono stremati da sette anni di governo, finiti il primo giugno scorso con la caduta di Mariano Rajoy (Santiago de Compostela, 1955), tornato a fare il notaio nella sua Galizia. Il Pp non si è rivelato incorruttibile: otto ex presidenti di Regione, dodici ex ministri sono finiti in galera. Alle primarie ha prevalso il candidato dell’ala dura del partito, Pablo Casado (Palencia, 1981), uno scialbo figuro con bella moglie bionda e padrino illustre: l’ex primo ministro José Maria Aznar (Madrid, 1953).

Aznar è il vero regista dell’alleanza di destra. Anziché tingersi i baffi ha preferito tagliarli e passa da un comizio all’altro, talora indossando un vezzoso maglioncino rosa. Parla spesso con il fondatore di Ciudadanos, Albert Rivera (Barcellona, 1979). E ha incluso nel gioco i populisti di Vox, che saranno la rivelazione del voto. I sondaggi li danno sopra il 10%; ma potrebbero salire ancora. Rappresentano la rottura di un tabù: mai, da quando esiste la democrazia spagnola, è entrato in Parlamento un partito di estrema destra. Vox non è franchista; semmai è anti-antifranchista. La guida un ex dirigente del Pp, Santiago Abascal (Bilbao, 1976), che gira con la pistola in tasca e la bandiera spagnola nel pugno. Accusa i popolari di non aver manganellato abbastanza i separatisti catalani. E fa campagna contro gli sbarchi dei migranti, in aumento negli ultimi mesi.

Nei due dibattiti tv, Abascal non è stato ammesso. Un’arma in meno per Sánchez, impegnato a evocare il fantasma del franchismo. Secondo El Mundo, il premier pareva un tronista, con i pantaloni troppo stretti, da ballerino. Va detto però che Sánchez è riuscito a rivitalizzare un partito morto, sottraendolo ai baroni corrottissimi e al Grande Vecchio Felipe González (Siviglia, 1942), che lo detesta.
Albert Rivera — che sarebbe l’alleato naturale di Sánchez, in un centrosinistra di stampo europeo — lo ha attaccato senza........

© Corriere della Sera