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I cellulari non sono dei babysitter, l’unica soluzione è parlare e ascoltare i nostri ragazzi

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07.05.2019

Così come trent’anni fa ci stupivamo, viaggiando nei Paesi in via di sviluppo, nel veder svettare antenne e parabole sopra scene di miseria, allo stesso modo — e anche di più — colpisce vedere telefonini nelle risaie della Birmania, nei Territori occupati dall’esercito israeliano, nelle zone tribali dell’Africa (e si potrebbe continuare). A suo tempo la tv creò — e ancora crea — ricchezza e potere, che in parte sono stati redistribuiti: si pensi al mercato pubblicitario e alla sua ricaduta
sui consumi e sulla produzione. Già allora il prodotto eravamo noi. Ma ora la Rete
ha creato e concentrato in pochissime mani una quantità di denaro e di informazioni
— quindi di potere — mai vista nella storia. Forse Madonna non ci ha pensato. Ma
la questione non riguarda solo i rapporti — importantissimi — tra genitori e figli.

L’intimità ceduta ai social

La Rete crea dipendenza perché ha bisogno di farlo. La dipendenza — a cominciare dai bambini — è il suo modello di business. La Rete accompagna le nostre vite. E finirà per plasmarle. Così sotto i nostri occhi rischia di crescere una generazione che non ha mai giocato a nascondino ma solo ai videogame, che non ha mai letto un libro ma solo meme, che non ha mai fatto la spesa in un negozio ma solo su Amazon, che non ha mai scritto una lettera ma solo chat nella neolingua del web, che non regge una conversazione ma si esprime solo con le faccine. Il telefonino infatti non serve per parlare. Nessun tredicenne, che sia figlio di Madonna o di una mondina birmana, telefona. Tutti passano attraverso i social, tutti cedono la loro parte di intimità e quindi di vita ai nuovi padroni delle anime. E se la tua anima è altrove, i genitori non ti riconoscono più.

Passioni e........

© Corriere della Sera