Cristina Comencini, la famiglia e altri disastri: «Porto a teatro la feroce intimità tra fratelli»

La badante non c'è e bisogna fare «I turni» con l'anziana madre: ci pensano Licia Maglietta, Iaia Forte e Andrea Renzi in in prima nazionale al Mercadante

Da sinistra Iaia Forte e Licia Maglietta

La famiglia è il «core business» della scrittura di Cristina Comencini, sia essa cinematografica, letteraria o teatrale. Figlia del grande Luigi, tra i creatori della cosiddetta «commedia all’italiana» e della napoletana Giulia Grifeo di Partanna, è una fuoriclasse del «lessico famigliare», lei che pubblicò il suo primo romanzo Le pagine strappate proprio grazie a Natalia Ginzburg e la scrittrice la incoraggiò a perseverare. Perseverando nell’indagine sulla feroce «bestia nel cuore», l’artista è arrivata fino a I turni, che debutta in prima nazionale al Mercadante che ne è anche il produttore fino al 15 marzo. «È importante puntare su testi contemporanei - ha detto il direttore del Nazionale Roberto Andò - lo si fa poco in Italia, ma non si può aspettare che diventino classici per produrli». Soprattutto se parlano di temi che toccano tutti: l’accudimento di un genitore anziano in un’Italia sempre più in invecchiamento e i mandati affidati dai genitori ai figli nella sceneggiatura della vita di ognuno di noi. 

«Ho spesso pensato - spiega Comencini - che il nostro ruolo nella famiglia prima e nella società poi, è sancito dal posto che occupiamo alla nascita, dalla bacchetta magica nelle mani dei genitori, appoggiata sulle fasce del neonato, che elargisce i loro doni e le loro predizioni: mi somiglia, è sensibile come me, è ribelle, buon carattere, cattivo carattere, forte, fragile ecc… Nella commedia, a un certo punto, il personaggio interpretato da Iaia Forte, la sorella obbligata a essere sempre contenta, dice: “Che ne sappiamo se è vero che ho sorriso a mamma già dalla culla, forse se lo è immaginato lei e perché ha scelto te come confidente dei suoi drammi? Chi ci ha obbligate a essere ognuna così?». 

E ci voleva una famiglia teatrale per incarnare quella «feroce intimità» che solo la consuetudine di anni sa innescare con potenza. «Ho pensato a questi magnifici tre: Iaia Forte, Licia Maglietta, Andrea Renzi. Da ragazzi hanno viaggiato sullo stesso treno di quell’impresa geniale che fu Teatri Uniti e da lì tutti e tre hanno alternato teatro, cinema, televisione - continua la regista -. Si conoscono da sempre e sono legati da un grande affetto. Durante la lettura si sono impadroniti delle battute e se le rinviavano come due sorelle e un fratello con scoppi d’ira e poi di risate come solo in una famiglia vera può accadere». 

Questo trittico in un interno di famiglia ha reso possibile l’impresa: «Ho scritto I turni qualche anno fa e ho provato a metterlo in scena, ma non trovavo gli attori giusti». «Sin dalla prima lettura - racconta Licia Maglietta - ho trovato il mio personaggio divertente: nel play, quanto più il ruolo è lontano da me, tanto più mi piace raggiungerlo. Io interpreto la sorella pratica, veloce, che si fa carico. Penso che ci sia qualcosa che ha a che fare con il fato quando nasciamo primi, secondi o terzi figli perché questa scansione già definisce il ruolo. Anche dei genitori abbiamo varie versioni tanto da poter dire ai fratelli come facciamo in scena: “Ma abbiamo avuto la stessa madre o padre?”». 

Agli antipodi la sorella-Iaia Forte: «Sono quella felice e più superficiale in apparenza, che tende a prendere la vita con leggerezza, ma che in realtà nasconde meccanismi più profondi: ha una sensibilità forte che lei contiene per ruolo assegnatole dalla nascita». Andrea Renzi è il cocco di mamma: «Nella vita sono figlio unico - confessa - e davvero i miei fratelli teatrali sono stati Teatri Uniti. Cristina Comencini mi ha chiesto di essere un “uomo normale” e per un attore non c’è richiesta peggiore: che vuol dire normale? Un maschio che approfitta del privilegio di essere tale, quindi senza responsabilità, che i turni non li fa anzi ha scelto di vivere altrove, a Bologna, a distanza di sicurezza».

«Sono mezza napoletana - ricorda con piacere Comencini - quindi so bene cosa significhi il rapporto tra madre e figlio maschio. Tra i tre fratelli si svolgerà una resa dei conti tragicomica, sul contrasto tra uomini e donne, sulla prigione delle loro vite e sui maldestri tentativi di fuga». Siamo di fronte a un ricco buffet da saccheggiare con le posate della psicologia, dell’analisi e del teatro-terapia. «Sì, ma senza che sia mai alcuna teorizzazione - precisa la regista -. Gli schemi, le dinamiche, i conflitti psichici sono incarnati nella pratica, nei gesti, in una cotoletta: immersi nella vita». 

Tutto inizia una domenica «quando esce la badante - spiega ancora l’autrice - Diana e Patrizia fanno i turni per accudire la madre malata, relegata nella sua stanza in fondo al corridoio. Diana, interpretata da Licia Maglietta, si accolla tutto: la casa della madre, le vacanze della badante, marito, figlia adolescente scorbutica. Diana è nervosa e tesa quanto l’altra è sorridente: due maschere complementari. Le sorelle si vogliono bene e non si sopportano. Finché inaspettato e tranquillo arriva il fratello più giovane che non viene mai a trovarla. Stefano è giusto passato per sapere come sta la mammina adorata. A quel punto succede qualcosa che li fa rimanere chiusi in casa come quando erano ragazzini: eccoli di nuovo pronti a giocare, a mischiare le loro identità, a viaggiare liberi in altre vite forse ancora possibili». Nonostante «la tortura della famiglia che obbliga a un rapporto eterno». Le scene sono di Paola Comencini, i costumi di Chiara Ferrantini. Repliche fino al 15 marzo. Attrezzarsi per la catarsi dopo un’ora e venti di teatrali regressioni psichiche nel grande interno di una casa (ventre) materna. 

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