«Pintauro», il regno della sfogliatella salvato da un giovane imprenditore
Il 26 marzo riapre la pasticceria fondata nel 1785 in via Toledo: aveva chiuso definitivamente ma Francesco Bernardo ne ha salvato mura e storia
Giusto 130 anni fa, Matilde Serao nei celebri Mosconi su Il Mattino scriveva: «E voi, Pintauro, che siete una bottega tropp’antica per sapere che è la réclame, non me l’avete chiesta, non la leggerete e farete benissimo». Serao a ragione sosteneva che la pasticceria fondata nel 1785 dall’oste Pasquale Pintauro, non aveva certo bisogno di pubblicità, ed era giusto che il celebre cuoco si occupasse più «di sfogliatelle che di cronache di giornali: ma io - aggiungeva la scrittrice - la debbo fare in onore delle più sante memorie e a perpetua gloria della gastronomia napoletana!». Era il 1896 e la storia di questo angolo di via Toledo era già solenne.
La vita di Pintauro è andata avanti con silenziosa eleganza fino al 2024 quando l’ultimo erede, il figlio di donna Elvira Maria Di Marco alla quale la pasticceria era arrivata in linea di discendenza, ha deciso di chiudere i battenti e di vendere anche l’immobile con le sue lesene di marmo bianco, invariate dalla fine del Settecento. A questo punto il locale ha rischiato seriamente di diventare l’ennesima pizzeria, friggitoria o peggio, negozio di souvenir pakistano, di quelli che si stanno diffondendo nelle strade storiche di Napoli con la rapidità di una pianta infestante in un giardino però non curato. A diserbare il pericolo è intervenuta la lungimiranza di un imprenditore napoletano, Francesco Bernardo, che non solo ha acquistato le mura, ma ha deciso di rilevare anche la licenza con tutto il suo portato, compresa la ricetta «segreta» della prima sfogliatella venduta al pubblico. Così, il prossimo 26 marzo (alle 11), il più antico bancone della città riapre dopo un restauro filologico curato in ogni dettaglio dall’architetto Antonio Martiniello di Studio Keller, che con la sua Officina da anni innesca processi di rigenerazione urbana con il recupero degli antichi mestieri in progetti sociali che hanno come epicentro l’ex Lanificio.
Gallery: Il restauro di Pintauro e la storia della pasticceria
Bernardo racconta come sia riuscito a sventare l’ennesimo scacco alla memoria cittadina: «Durante il mio lavoro di immobiliarista, mi hanno proposto l’acquisto del locale del quale ho subito ricordato il profumo legato alla mia infanzia. L’incontro con Martiniello è stato illuminante perché il suo lavoro mira non solo al restauro dei luoghi ma alla ripresa dei saperi e al loro passaggio alle nuove generazioni. Insieme avevamo già collaborato in progetti di rigenerazione della zona in cui sono nato, il Borgo Sant’Antonio Abate, dove la mia famiglia commerciava abbigliamento. Così ho deciso di rilanciare anche l’arte della pasticceria che per prima ha commercializzato la sfogliatella». Depositario di quel «segreto» era l’ultimo dipendente di Pintauro, Peppe Tomei, che per 40 anni si è alternato tra il bancone e i laboratori. Quello che stupisce di Pintauro, infatti, è la struttura ad iceberg: il cliente vede solo il piccolo spazio della vendita, ma il locale si estende al di sotto per ben 150 metri quadrati in una sorta di caveau del prezioso dolce nato, come tradizione racconta, in un convento della Costiera e approdato in via Toledo proprio grazie a Paquale Pintauro. «Donna Elvira - racconta Tomei - ripeteva spesso le storie tramandate in famiglia: dai Borbone che venivano in carrozza a comprare le prime sfogliatelle, preferendo le frolle, alla pastiera che strappò un sorriso persino a Maria Teresa d’Austria, la “regina triste”.
Quando Ettore Scola girò «Maccheroni» con Marcello Mastroianni e Jack Lemmon, il regista chiese a donna Elvira di creare stampini per babà giganti». Prima del cinema c’era stato il teatro. Eduardo in Chi è cchiu’ felice ‘e me! (1929) affida a Giorgio questa battuta: «Sono sfogliatelle, le abbiamo comprate da Pintauro; sono ancora calde». Tomei sarà anche l’assaggiatore essendo anche «palato della memoria». La lampada interna d’ottone è ancora quella del Settecento come la maggior parte dei marmi e, racconta la restauratrice Marilù Foglia, «con la guida di Martiniello e del direttore dei lavori Nunzio Favorito, anche l’insegna è stata ridipinta in oro zecchino com’era in origine». A Umberto Cibelli la direzione e l’approvvigionamento delle materie prime «a metro zero». È probabile che presto il detto Tène folla Pintauro!, da significativa stratificazione linguistica, ridiventi evidenza fisica, con un singolare passaggio dalla realtà alla lingua e da questa alla realtà.
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19 marzo 2026 ( modifica il 19 marzo 2026 | 09:34)
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