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Sedici anni senza assessore

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06.03.2026

L'ultimo fu Mario Santangelo. Dopo quanto accaduto al Monaldi, tempi e modalità della politica sanitaria regionale non possono restare quelli di prima

Sono ormai sedici anni che la Campania non ha un assessore regionale alla Sanità. L’ultimo fu Mario Santangelo, rimasto in carica solo pochi mesi. Proveniva dalla direzione dell’Istituto «Pascale» e venne nominato da Antonio Bassolino per sostituire Angelo Montemarano dimessosi non per il debito sanitario che nel frattempo si era accumulato, ma per candidarsi alle elezioni europee del 2009.Da allora, con l’avvio della stagione dei commissariamenti e dei piani di rientro - stagione che non si è ancora conclusa - la gestione dell’intero comparto è passata nelle mani dei presidenti di Regione. 

È accaduto durante il governo del centrodestra con Stefano Caldoro. Ed è proseguito con il centrosinistra lungo l’intero decennio di Vincenzo De Luca, che ha ulteriormente rafforzato il modello centralistico provvedendo direttamente al rinnovo dei vertici delle Asl e delle aziende ospedaliere.Oggi, con l’insediamento di Roberto Fico, nulla è cambiato. Il presidente ha scelto di trattenere per sé la delega alla Sanità, dichiarandosi tuttavia disponibile a riconsiderare tale decisione entro due anni. Ma possiamo ancora permetterci questo assetto?Nel pieno delle polemiche per la morte del piccolo Domenico, Fico ha dichiarato di aver appreso la gravità della situazione soltanto a febbraio, alla comparsa delle prime notizie sui giornali. Il trapianto di cuore risale al 23 dicembre; la prima ricostruzione pubblica è apparsa su Il Mattino il 7 febbraio. In quell’arco di tempo - ha riferito il presidente -nessuna comunicazione sarebbe pervenuta al suo ufficio. Solo dopo aver letto il giornale avrebbe contattato la direttrice del Monaldi.Al di là delle responsabilità che le inchieste amministrative e giudiziarie accerteranno, questa ricostruzione solleva un interrogativo politico e organizzativo di fondo: dov’è la catena di comando che dovrebbe garantire, attraverso programmazione e controllo, l’efficienza del servizio sanitario? La sanità campana è un sistema articolato e, per molti aspetti, ancora fragile, nonostante i progressi compiuti. Sei aziende ospedaliere, sette aziende sanitarie nel capoluogo e altre quattro nelle province: un assetto complesso che si regge su diciassette direttori generali, privi però di un punto di riferimento politico-operativo stabile. In assenza, cioè, di un assessore e, più ancora, di un assessorato strutturato.Il Consiglio regionale legifera. Ed è il consiglio regionale che di fatto viene «commissariato» dallo stesso presidente. Ma chi assicura l’attuazione coerente delle delibere? Un modello interamente accentrato sul presidente può funzionare in condizioni straordinarie, quando rapidità decisionale e comunicazione unitaria risultano decisive. Non a caso esso ha trovato la sua espressione più compiuta durante la stagione della pandemia. Ma fuori dall’emergenza un sistema così verticistico tende inevitabilmente a mostrare i propri limiti: sovraccarico decisionale, assenza di filtri intermedi, carenze nella trasmissione delle informazioni, difficoltà nel coordinamento delle risorse umane e strumentali.Vi è poi un tema più generale che riguarda la qualità della dirigenza. Governare la sanità non implica soltanto una forte responsabilità politica: richiede competenze tecniche elevate, dalla gestione di bilanci complessi al coordinamento di professionalità altamente specializzate. Non a caso, da più parti, si sollecita l’istituzione di scuole specifiche di alta formazione manageriale sanitaria. E tuttavia, sempre più spesso, posizioni apicali vengono ricoperte senza un adeguato percorso formativo mirato. A livello nazionale, il ministero della Salute può contare su strutture di supporto tecnico-scientifico come l’Istituto Superiore di Sanità e l’Agenas. Su quali strutture intermedie può contare, invece, il presidente della Regione Campania?Dopo quanto accaduto al Monaldi, tempi e modalità della politica sanitaria regionale non possono restare quelli di prima. Intervenire comporta certamente un complesso riequilibrio interno alla maggioranza. Ma questo non può essere un buon motivo per rinviare ancora. La realtà incalza. E talvolta, drammaticamente, lo fa nel modo più doloroso.

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