Addio a Paolo Cirino Pomicino, il "viceré" democristiano che divenne Geronimo |
Protagonista assoluto della scena politica, dagli anni di Giulio Andreotti a quelli di Silvio Berlusconi. Nel 1993 finì nella tempesta di Tangentopoli e successivamente si firmò Geronimo portando scompiglio con i suoi pamphlet
È stato il Sisifo della rifondazione democristiana: instancabile nei suoi reiterati tentativi di sottrarre all’oblio il partito di Alcide De Gasperi. Ma, prima ancora, è stato protagonista assoluto della scena politica, dagli anni di Giulio Andreotti a quelli di Silvio Berlusconi. E anche oltre, sebbene in ruoli diversi, sempre pronto a farsi guida nel labirinto della vicenda italiana e internazionale. Ministro, stratega, tra i più potenti uomini politici della prima repubblica, Paolo Cirino Pomicino si è spento all’età di 86 anni, dopo aver affrontato con tenacia ogni forma di avversità, compreso il progressivo declino delle sue condizioni di salute.
Il segreto del suo protagonismo? Il consenso. Che si conquista, diceva, «promettendo moltissimo e mantenendo sempre, ma con il contagocce». Quando è finito nella riserva indiana degli ex, dopo Tangentopoli, si è firmato Geronimo e ha portato scompiglio con i suoi pamphlet. Una volta tornato sulla scena come consulente politico esperto in programmi elettorali, ghostwriter (del Cavaliere, ma anche di Daniela Santanché), nonché come eurodeputato, parlamentare nazionale e grande comunicatore, se l’è ripresa, la scena, e anche tenuta. «Non fu mai impallato». Anche lui, come di sé diceva Vittorio Gassman.
Due volte trapiantato, più volte infartuato, ciclicamente ricoverato, negli ultimi tempi non era più così certo della propria immortalità. «Ogni sera recito il rosario con quindici poste», ha detto in una delle sue ultime interviste al Corriere. Paolo Cirino Pomicino credeva «nel Dio manzoniano che affanna e che consola». Assai meno nella gratitudine umana. “Fa’ bene e scuordate, fa’ male e piensace”, ripeteva nel suo napoletano blasé. Ed era mille in uno. Un moderato con passioni forti. Fede e mondanità. Disincanto e visione. «Sono fatto così - raccontava - perché sono vissuto in una famiglia di 6 maschi che tifavano per sei squadre diverse e si identificavano in sei partiti diversi». Lui della Dc, il fratello più amato, l’attore Bruno Cirino, comunista. Spiegano tutto i soprannomi che ne hanno alimentato la leggenda: il viceré e ‘o ministro. Senza contare il Masaniello che gli appiopparono quando con un gruppo di disoccupati invase la Rai di Napoli per vedere in onde corte gli azzurri in trasferta a Torino.
Destinato a incarnare l’uomo nuovo della Dc, così almeno lo immaginò il sociologo Percy Allum negli anni Settanta, si è poi ritrovato in un mondo nuovo senza Dc, dissoltasi, diceva, perché sottoposta a lungo processo “pasoliniano” più che giudiziario. Con pasoliniano intendeva dire “moralistico, astorico, rancoroso”. La tempesta di Tangentopoli lo prese in pieno un giorno del 1993. Era a pranzo. L’avviso di garanzia arrivò tra il primo e il secondo piatto rovinandogli in un sol colpo «la digestione, il weekend e il resto dell’esistenza». I danni che seguirono, per i quali ha anche pianto, «ma di nascosto», li ha contabilizzati così: «Ho subito 42 processi, sopportato la gogna e il carcere per 47 giorni, di cui 17 a Poggioreale (bastava l’umiliazione!) uscendone sempre a testa alta». Uniche omissioni: un anno e otto mesi per finanziamento illecito (tangente Enimont) e il patteggiamento di una pena di due mesi per corruzione (fondi neri Eni).
Come uomo di potere, Paolo Sorrentino ne ha fatto un'icona nel film “Il Divo”, immortalandolo in un surreale attraversamento del Palazzo a bordo di uno skateboard. Come uomo al tramonto, invece, Walter Siti lo ha evocato nel suo ultimo romanzo, “I figli sono finiti” ricordandolo per i suoi trapianti e per il suo saper vivere con un cuore nuovo. Proprio in una sala di rianimazione ha compiuto uno dei suoi gesti più clamorosi: l’invito rivolto a Di Pietro, che lo aveva indagato “di sopra e di sotto”, affinché fosse lui a pronunciarne l’orazione funebre “quando sarà”. Quando gli diedero tre ore di vita, l’ex pm accorse allertato dalla figlia Ilaria e la cronaca dell’incontro finì su tutte prime pagine come raro momento di pacificazione nazionale.
Laureato in medicina, chirurgo, e con specializzazione all’estero, Pomicino si guadagnò la notorietà prima come sindacalista Anao e poi come andreottiano, anche se Andreotti, nel libro dedicato alle memorie degli anni Settanta, parla di tutti tranne che di lui (mentre a Cazzullo e Labate Pomicino ha detto di Andreotti che “aveva un gran senso dello Stato ma di politica non capiva nulla”). Nel decennio napoletano fu consigliere comunale e assessore ( primo incarico: ai cimiteri). Poi, il grande salto: deputato, e ministro due volte, alla Funzione Pubblica e al Bilancio. Nel frattempo, tra il 1983 e 1988, era stato presidente della potentissima commissione bilancio della Camera, “davanti alla quale - si vantava - sfilavano uomini come Enrico Cuccia e Raul Gradini, Carlo De Benedetti e Cesare Romiti”. Su quella poltrona De Mita avrebbe voluto Andreatta, ma “scippare” la presidenza al titolato favorito fu, a detta dello stesso Pomicino, “un vero capolavoro”. Il primo in un’aula parlamentare. Gli altri seguirono subito dopo.
Nei cinque anni della sua presidenza, a Napoli venne giù la più miracolosa delle piogge e fu allora, prima che lo diventasse davvero, che in città cominciarono a chiamarlo ‘o ministro. Arrivarono 750 miliardi per la metropolitana, 350 miliardi per i trasporti nell’area Flegrea, 100 miliardi per l’edilizia universitaria, 150 miliardi al Comune per l’acquisto di case; e poi i fondi per i 20.000 alloggi del post terremoto, per i policlinici universitari, per il centro di ricerca aerospaziale, per le borse di studio triennali, per la nuova industrializzazione della Basilicata e della Campania. Il debito pubblico s’impennava? Già, ma la spesa cresce, si giustificava, solo perché abbiamo la pressione fiscale più bassa d’Europa. E comunque - altra sua risposta - è così si è potuto garantire la pace sociale e farla finita con gli anni di piombo. Ma poi, vuoi mettere con quello che è successo dopo, con il superbonus di Conte? “Andrebbe istituito come reato: c’è il 41bis, ci sarà anche il 110bis”, tagliava corto, quando ancora gli rinfacciavano la Dc delle pensioni d’oro.
Percy Allum, che dall’University of Reading si era trasferito a Napoli per studiare le origini e la struttura del sistema di potere locale, fu il primo a farne un personaggio nazionale. Era il 1975. In questa Dc - scriveva - «il vecchio è rappresentato da Gava, il nuovo da Paolo Cirino Pomicino». Nel senso, però, che a differenza di Gava, Pomicino non affidava «la sua affermazione al controllo dell’apparato di partito, ma ai gruppi professionali». Con lui «non era il progetto che cercava il finanziamento, ma la politica che cercava il progetto più costoso e più conveniente». Sarà poi lo storico Giuseppe Galasso, rivalutando la Napoli degli anni Ottanta, quella delle grandi opere, della tangenziale, del centro direzionale e delle prime trivellazioni per la metropolitana, a rimetterlo sotto la luce nuova di un meridionalismo di ispirazione nittiana. La definizione lo gratificò a tal punto che più volte chiese a chi gliela riferì ( e ora scrive queste note) di ricordala “quando sarà”. Suona poi oltremodo pomiciniano il fatto che proprio un “viceré”, nel suo ultimo libro (“Il grande inganno”), abbia chiamato la borghesia a “una nuova rivoluzione”. E per giunta con un programma esplicito: lotta al capitalismo finanziario in nome di un nuovo laburismo cristiano e tolstoiana critica all’”ossessione proprietaria”. Proprio così. Mille in uno, anche per il futuro.
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21 marzo 2026 ( modifica il 21 marzo 2026 | 18:44)
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