Referendum, la pm Imparato: «Sono stata derisa? |
La magistrata stabiese e front-woman del Sì commenta l'esultanza contro di lei a Napoli dopo la vittoria del No: «Ma il voto si accetta sempre»
Professione pm. Presso la procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere. Durante la campagna elettorale per il referendum ha sostenuto con determinazione le regioni del Sì. E ora, dopo essere stata oggetto dei cori irridenti di alcuni colleghi napoletani, che festeggiavano il successo del No, Annalisa Imparato non perde la calma. Ma replica con noncuranza. Proverbialmente il miglior disprezzo. «Lascio ad altri i cori da stadio e i balletti».
È più delusa per l’esito del referendum o per quei coretti?«In una democrazia matura si accetta il voto popolare perché in una democrazia matura il popolo è sempre sovrano. Accetto dunque il risultato con senso responsabilità. Per quanto riguarda i coretti, osservo che vedere figure di Stato cantare e saltare intonando canzoncine che hanno valenza politica fa porre più di un interrogativo perché protagonisti di questo episodio sono le stesse persone che già stamattina hanno dovuto varcare le porte delle aule dei tribunali e comunicare agli imputati di essere terzi e imparziali e di essere mossi solo da un ideale di giustizia. Su andiamo, è emerso chiaramente dal voto che si è trattato di un confronto solo politico».
L’Anm ha condannato i cori contro di lei. Può bastare?«Non voglio ergermi su un piedistallo. Non è però fuorviante osservare che in questa competizione oltre al centrodestra e al centrosinistra era schierata l’Anm. Si tratta di un dato di fatto incontrovertibile».
Vuole dire che l’Associazione nazionale magistrati è un partito politico?«Si è comportata come un partito politico. Già da stamattina (ieri, ndr) in alcune chat i toni della discussione erano sconvolgenti, intimidatori nei confronti dei magistrati schierati per il Sì».
Come sono stati nelle ultime settimane i rapporti all’interno del suo ufficio?«La situazione era già pesante da parecchio tempo. Si immagini negli ultimi giorni. Ma io da donna di Stato ho sempre rispettato la grammatica istituzionale».
Sarà facile tornare a lavorare al fianco di colleghi che hanno sostenuto il No?«Io certamente non avrò problemi. Sarò al mio posto con la schiena dritta e con le spalle larghe. Come le ho già detto all’inizio, lascio ad altri i cori e i balletti».
La posta in palio era molto alta?«Certamente lo era. Al di là delle polemiche, si è persa comunque l’occasione per cambiare il sistema giustizia e per aprire una stagione di riforme. Peccato. Posso confidarle una circostanza?».
Certo, prego.«Il paradosso è che in attesa dei risultati avevo preparato due interventi diversi: uno in caso di vittoria, l’altro per l’eventualità della sconfitta. In caso di vittoria del Sì avrei auspicato che per le disposizioni di attuazione si sarebbe dovuto assolutamente tenere conto dei preziosi contributi dei colleghi sostenitori del No. Perché, al di là di certe esagerazioni, in questa campagna ho avuto modo di confrontarmi con tanti colleghi corretti con i quali è nato un sincero rapporto di stima».
Cosa non ha funzionato?«Il problema è stato l’eccessiva politicizzazione del dibattito. Il risultato ci restituisce un orientamento degli italiani ben delineato e definito».
Ha qualche rimpianto?«Assolutamente nessuno. Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Con la stessa intensità, passione e, naturalmente, senso dello Stato».
Continuerà il suo impegno per la riforma del sistema giudiziario e per la velocizzazione dei processi?«È fin troppo evidente che la giustizia in Italia ha problemi e che bisogna assolutamente continuare l’impegno per cercare di risolverli».
Qualcuno sussurra che lei, dopo l’impegno referendario, potrebbe scendere nell’agone politico e continuare la battaglia in quell’ambito. È vero?«Non faccio processi alle intenzioni. Sono una donna di Stato e sono al servizio dei cittadini».
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