Martinelli: «Il Sogno di Volare si avvera sempre grazie al Coro» |
Il regista dell’Antigone che andrà in scena nel Teatro Grande degli Scavi di Pompei
Fin dalla prima edizione del 2022 Marco Martinelli, drammaturgo e regista, fondatore del Teatro delle Albe, è il braccio armato del progetto «Sogno di Volare», nato da un’intuizione del direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel. L’iniziativa prevede il coinvolgimento degli alunni di cinque licei e istituti tecnici dell’area vesuviana (Pascal di Pompei, de Chirico-Pitagora e Croce di Torre Annunziata, Elia di Castellammare di Stabia e Pantaleo di Torre del Greco) nella rappresentazione di un testo classico nel Teatro Grande della città antica.
Martinelli cosa la convinse ad accettare la direzione del «Sogno»?«L’aver trascorso trent’anni e passa a lavorare con gli adolescenti. Una forma di ricchezza spirituale e interiore, un’occasione unica per ritrovare lo spirito del teatro, che i Greci, alle origini, chiamavano Dioniso. Noi teatranti siamo sacerdoti di questo dio turbolento e magnifico».
Un bilancio degli allestimenti degli scorsi anni?«Abbiamo alle spalle un quadriennio dedicato ad Aristofane, il padre della comicità occidentale. Quello che mostravamo sulla scena aveva un’eco al di fuori. Aristofane stesso, poco più che adolescente, infuriato, scrisse gli Acarnesi, un testo contro la guerra, questa violenza stupida e inutile scatenata periodicamente dai grandi della terra. Lo abbiamo ripreso con un metodo di lavoro in base al quale le parole antiche di Aristofane si intrecciano con le parole di oggi».
Cosa fa scattare nei ragazzi la voglia di partecipare?«Credo che scatti perché all’inzio dei laboratori i ragazzi si accorgono che li prendiamo sul serio, non li utilizziamo come vasi vuoti da riempire, ma come esseri umani con piena dignità. E questo grazie soprattutto a Gianni Vastarella e Valeria Pollice, da sempre miei preziosissimi assistenti».
Le richieste più frequenti dei ragazzi?«Non ci sono richieste. Creiamo fin dall’inizio un gioco in cui loro si sentono protagonisti. Per loro è una grande sorpresa. Prima di iniziare magari pensano di fare un laboratorio di teatro con una parte e delle battute. E poi si trovano in un gioco in cui devono far correre l’immaginazione e la fantasia».
Come avviene la selezione dei giovani attori?«Non c’è assolutamente selezione. La porta è aperta, entra chi vuole stare dentro al gioco».
Il rapporto con i dirigenti scolastici?«Ottimo. Fondamentale anche nelle trasferte».
Chi segue materialmente le prove in corso nei cinque istituti scolastici coinvolti?«Gianni e Valeria assicurano la presenza ogni settimana. Io vengo giù una, due volte al mese. Poi a maggio si sta tutti insieme per 20 giorni».Ha già detto che i testi originali vengono interpolati. Ci sono delle regole?«La regola è che il regista deve essere strabico: un occhio al testo antico e un altro alla ricchezza dell’improvvisazione dei ragazzi. Di fronte a questa apparente divergenza, il regista deve saper intrecciare il mondo di Aristofane e quello di un ragazzino di Castellammare di Stabia o di Torre del Greco. È come se il fuoco scenico nascesse dallo sfregamento di due legnetti intrecciati».
Quest’anno si è passati dalle commedie di Aristofane a una tragedia di Sofocle, l’Antigone. Cambia qualcosa?«Sì, ne ho ragionato con Gabriel. Avevamo esplorato in tutte le direzioni l’universo di Aristofane. Abbiamo allora voluto proporre un salto verso l’orizzonte tragico. Del resto, i ragazzi erano maturati, erano pronti per il salto, per l’approccio ad Antigone che si oppone a Creonte, un tiranno, come quelli di oggi. Il tema è che, oltre alla legge dello Stato, c’è una legge superiore, una legge sacra che salva l’umanità e ne impedisce l’estinsione. Se siamo vivi è perché lo spirito di Antigone vive ancora negli uomini. In particolare negli adolescenti».
D0po le due rappresentazioni, del 22 e 24 maggio, nel teatro Grande di Pompei ci saranno anche altre tappe. Quali?«La prima trasferta sarà, come sempre, al teatro Alighieri di Ravenna, perché il Sogno di Volare è una coproduzione con il Ravenna Festival. È bello per me, dopo essere venuto per mesi nell’amata Napoli portare i ragazzi nella mia Ravenna. Lo scorso anno siamo stati al Piccolo Teatro di Milano, ora stiamo ragionando col Teatro Nazionale di Roma. Svolgerà un ruolo importante Maria Rispoli, che è la responsabile unica per il progetto».
In cosa si differenzia questo spettacolo da uno messo in scena da una compagnia di professionisti?«Sono da trent’anni che alterno lavori con il Teatro delle Albe a esperienze con i giovanissimi. Certamente ci sono differenze, nei tempi e nelle modalità di preparazione. Ma preferisco evidenziare quello che unisce le due esperienze. Torniamo allora al punto di partenza, a Dioniso. Il teatro, se non è un’emozione profonda, scompare. E questo anche se si lavora con bambini e adolescenti. A Ravenna abbiamo realizzato il progetto sulla Divina Commedia con tutta la cittadinanza, centinaia di persone. La vera differenza non è tra professionisti e dilettanti, ma se c’è Dioniso sulla scena o se non c’è».
Finora sono state scelte opere che prevedevano la presenza del Coro, anche per dare spazio a più ragazzi. Nel futuro si potrà lavorare su qualche commedia di Menandro o di Plauto senza il coro?«Il Coro è irrinunciabile. È il segreto di Dioniso, è l’io che diventa noi. È una relazione inscindibile. Un io senza il noi è un morto, un cadavere. Su questa terra come si fa a distinguere l’io dalla relazione con gli altri, con il cielo, con gli animali? Ripeto, il Coro è irrinunciabile. Mi è capitato di lavorare su testi di Plauto: il Coro l’ho inventato io, sul piano drammaturgico e con la regia, naturalmente nel rispetto pieno dello spirito del commediografo latino».
Una provocazione, ma fino a un certo punto: si potrebbe immaginare di portare in scena Raffaele Viviani, le cui opere sono un mirabile esempio di coralità?«Alla provocazione rispondo: perché no? Naturalmente, bisognerebbe parlarne con il direttore. In termini generali penso che, considerato il luogo, è importante restare nel perimetro del teatro classico. Ma si potrebbe pensare a un’eccezione che confermi la regola».
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