Librandi (FI): «Il sorteggio può aiutare a riequilibrare l’autogoverno della magistratura»

La riflessione: «Il sorteggio viene raccontato da alcuni come un attentato alla democrazia. Curioso destino per uno strumento che nasce esattamente con la democrazia, nell'Atene del VI secolo avanti Cristo»

Nel dibattito sulla riforma della giustizia il “sorteggio” - cioè l’estrazione a sorte di alcuni componenti degli organi di governo della magistratura tra magistrati in possesso di determinati requisiti - viene raccontato da alcuni come un attentato alla democrazia. Curioso destino per uno strumento che nasce esattamente con la democrazia. Molto prima delle costituzioni moderne e delle raffinate architetture della separazione dei poteri, nella Atene del VI secolo avanti Cristo il sorteggio era considerato uno dei mezzi più efficaci per impedire la concentrazione del potere. Non era una scorciatoia né una concessione al caso. Era una scelta politica precisa, fondata su un’idea radicale di uguaglianza civica: evitare che il governo della cosa pubblica potesse stabilizzarsi nelle mani di gruppi organizzati o di élite permanenti. 

L’esempio più noto è quello della Boulè, il Consiglio dei Cinquecento che affiancava l’assemblea dei cittadini nella gestione della vita politica della polis. I suoi membri venivano selezionati tramite sorteggio tra i cittadini disponibili, assicurando la rappresentanza delle tribù ateniesi e una continua rotazione delle responsabilità pubbliche. Il senso di quel meccanismo era chiarissimo: impedire che la politica diventasse un affare per pochi professionisti del potere.

Naturalmente nessuno immagina di trapiantare l’Atene di Clistene nelle istituzioni della Repubblica italiana. Ma la storia serve anche a questo: a ricordare che molte polemiche contemporanee non sono così nuove come sembrano.Il contesto nel quale oggi si discute di sorteggio è noto. Negli ultimi anni l’autogoverno della magistratura ha attraversato una crisi di credibilità profonda. A partire dal caso Palamara, anche agli occhi dell’opinione pubblica meno specializzata è apparso evidente che il Consiglio Superiore della Magistratura è stato segnato da dinamiche correntizie che ne hanno indebolito il prestigio istituzionale.

Non è in discussione l’autonomia della magistratura, che resta un pilastro dello Stato di diritto. Il punto riguarda piuttosto il modo in cui quell’autonomia viene esercitata. Quando le correnti smettono di essere luoghi di elaborazione culturale e diventano centri di influenza organizzata, il pluralismo rischia di trasformarsi in una forma elegante di spartizione, dove l’appartenenza pesa più del merito.Per una cultura liberale della giustizia, l’equilibrio tra i poteri dello Stato è una condizione essenziale della democrazia. È qui che il sorteggio smette di sembrare una bizzarria accademica e diventa, più semplicemente, uno strumento per limitare il peso delle appartenenze organizzate negli equilibri dell’autogoverno. Non sostituisce la competenza, non indebolisce l’azione della magistratura, non incide sulla lotta alla mafia o alla corruzione. Introduce soltanto un elemento di riequilibrio, riducendo la possibilità che gli equilibri interni siano determinati dalle correnti.

Come coordinatore del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia in Campania, considero singolare che proprio su questo punto si concentri una parte così accesa delle critiche. Perché la domanda, in fondo, è semplice: ciò che preoccupa davvero è il sorteggio in sé oppure la prospettiva di ridurre il controllo delle correnti sugli equilibri interni?Gli ateniesi lo avevano capito ventisei secoli fa. Quando il potere tende a chiudersi, la democrazia cerca strumenti per riaprirlo. Il sorteggio non è una provocazione contro le istituzioni. È un promemoria antico ma attualissimo: le istituzioni democratiche funzionano solo quando nessuno può considerarle proprietà privata.

* Vicesegretario regionale Forza Italia Campaniae responsabile regionale comitato del Sì

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