Veleggiando in un mare rosso sangue |
Luca è uscito di casa che la città ancora dormiva. Ha trascinato il suo piccolo barchino lungo lo scivolo consumato del porticciolo di fortuna nascosto tra gli scogli. Uno scafo vecchio di vetroresina, poco più di cinque metri, con graffi lungo la murata e pezze cucite sulla vela principale. Il boma ancora chiazzato di ruggine vicino all’attacco della scotta. Il fiocco ingiallito dal sale. Sul fondo della barca, una cima arrotolata male, una bottiglia d’acqua, un giubbotto salvagente troppo vecchio e un manuale di vela comprato usato al mercato di Resina.L’alba sul Golfo di Napoli è arrivata lentamente, o almeno così gli è parso. Prima il cielo si è acceso appena dietro il Vesuvio. Una lama rosata che ha separato il mare dal cielo. Poi la luce è salita piano, mettendo in fuga le ultime ombre della notte.Luca aveva già la prua puntata verso il largo quando il sole ha iniziato ad affacciarsi sulla città. L’aria gli pungeva il viso come spilli. Fresca. Salata. Nuova. L’ha respirata a pieni polmoni. In gola il sapore delle alghe, nel naso un lieve sentore di gasolio proveniente dai traghetti lontani.Si è spinto con i remi appena fuori dal molo, poi ha issato la vela. Per qualche secondo il tessuto ha fatto le bizze, sbattendo rumorosamente nel vento incerto dell’alba. Poi si è gonfiato. La barca si è inclinata appena e ha preso velocità.Allora Luca ha sorriso.
Come sempre quando sente il vento del mattino spingerlo sul mare. Ogni volta gli sembra un miracolo. Il vento che ingravida la vela e trasforma quel malconcio barchino in un sogno alato. In quei momenti immagina di essere davvero libero. Libero di andare ovunque desideri. Verso terre sconosciute, vite nuove, porti lontani.Eppure è lì che voleva restare Luca,........