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Maresca: «Banda del buco

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Il magistrato: «Spiazzati ogni volta. Se si utilizza con questa facilità la città di sotto per attività illecite di impatto c’è un problema. C’è un pezzo di Napoli del tutto fuori dai radar»

«Il primo colpo della banda del buco a Napoli risale al 1971. E, a 55 anni di distanza da allora, ancora si ragiona sulla mappa delle fogne e dei sottoservizi per capire qualcosa sulle vie di fuga utilizzate dai banditi. Insomma in questi anni non è stata fatta la sola cosa che sarebbe servita a fermare la fuga della banda che ha svaligiato l’istituto di credito di piazza Medaglie d’Oro». Catello Maresca, magistrato e consigliere comunale, ha fatto una ricerca negli archivi dei giornali ed è andato molto indietro nel tempo.

Dunque la prima notizia certa di un colpo del genere è dal 1971?«Ho fatto una ricerca rapida e risale ad allora, a Napoli, un colpo realizzato con questa tecnica. Dal quale poi deriva la definizione di banda del buco».

Magari una banda che ha tratto spunto dal film di Dino Risi Operazione San Gennaro?«Diciamo che la realtà in molti casi supera la fantasia. Di certo questo caso non è stato uno spunto utile per decidere di realizzare una mappatura delle fogne. Sia chiaro, una mappatura di certo esiste, ad uso strumentale dei tecnici cui fanno riferimento i diversi sottoservizi. Ma quel che sarebbe stato indispensabile è disporre di una mappatura per profili investigativi. Mi sembra bizzarro che non esista considerando che negli ultimi anni, a mia memoria, questo tipo di colpi si siano ripetuti con una certa frequenza».

Dunque, uno strumento per controllare le «strade» del sottosuolo?«Ogni volta mi sembra che siamo sempre spiazzati rispetto all’esigenza di dover intervenire su casi di questo tipo, che non mi sembrano affatto isolati, e constatiamo sempre che non esistono come per il sovrasuolo sistemi di controllo periodici. Se si utilizza con questa facilità la città di sotto per attività illecite di impatto c’è un problema. C’è un pezzo di città del tutto fuori dai radar».

Gli uomini del clan Stolder erano gli specialisti di questo tipo di rapine: per loro le fogne non avevano segreti. E la polizia ad ogni colpo andava direttamene da loro.«Lo ricordo. Le loro attività si sono poi diversificate, alcuni sono stati arrestati, altri tenuti sotto controllo. E alla fine sono nati altri gruppi, probabilmente anche all’ombra di questo clan. Sono convinto, comunque, che rapidamente i responsabili di questo colpo — o almeno una parte di loro — sarà individuata e arrestata. Conosco le capacità investigative e la determinazione delle forze ordine e della Procura e non ho dubbi che presto saranno assicurati alle patrie galere».

Ma il colpo intanto è già stato consumato con danni, per i titolari delle diverse cassette di sicurezza, in molti casi incalcolabili.«Per questo motivo si dovrebbe agire a monte. Il problema è capire se esiste una modalità per rendere difficile la vita alle bande di malviventi e tutelare i molti che, come in questo caso, difficilmente — e non dico una cosa più drastica — non rivedranno i beni che sono stati loro sottratti. Li arresteranno — che siano i delfini degli Stolder o altri gruppi che lo fanno di mestiere —, ma questa banda attrezzata, che ha messo su una operazione complessa che ha tenuto per settimane nelle fogne molti uomini, poteva essere fermata prima. Se ci fossero stati sistemi di telecamere, elementi dissuasivi, cancellate, mappature legate a possibili vie di fuga o l’individuazione di percorsi obbligati che potevano facilmente essere controllati ci saremmo risparmiati tutti la triste scena dello Stato inerme, che aspetta in strada di catturare qualcuno che magari sta già a casa. Invece di aspettare i Gis in arrivo da Livorno si sarebbero potuti attivare controlli sulle vie di fuga e intercettare i fuggitivi. Questa è la risposta che una struttura organizzata deve provare a mettere su, di fronte ad un fenomeno che non è isolato, nè infrequente».

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