L’eternità, un banchetto nuziale
al quale tutti sono stati invitati

Nel Credo cristiano, quando si afferma il futuro dell’uomo, non si parla semplicemente di uno stato di conservazione energetica e luminosa dello spirito e della materia. Il Credo niceno-costantinopolitano ci fa dire: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Con queste parole si afferma con solennità la destinazione – riscattata e compiuta – della vita donata agli uomini alla loro nascita. Da quell’inizio, la vita di ciascuno di noi si riempie man mano di giorni e di anni sino al suo termine (qualunque esso sia). E tutti siamo consapevoli che la vita – quella personale e non solo – è il frutto della fatica e delle passioni, dei sacrifici e dei sogni, che ciascuno di noi fa, per non cedere al nichilismo della morte e ai suoi frutti avvelenati. Purtroppo, molti non sentono più il tema della destinazione, né di quella personale, né di quella dei popoli, né di quella dell’intera umanità. Nessuno “aspetta” più nulla, schiacciati come siamo in un presente, in un oggi senza più domani. Ma se non c’è attesa, non c’è destinazione e neppure desiderio.

Per il cristiano, la consapevolezza della destinazione vuol dire cogliere il senso dello scorrere della vita come una “iniziazione”, appunto, alla destinazione finale, con la morte che – con dolore, come del resto accade anche nella nascita – ne scandisce il momento del passaggio. Ovviamente, siamo ben lontani dal “destino” che, come si dice, è cieco. Purtroppo, la maggioranza della gente, più che della destinazione, è preoccupata della riuscita della propria vita e dei propri affari, oggi, ora, qui. Insomma, realizzarsi individualmente! Godersi la vita! E subito! È l’imperativo dell’esistenza, il primato assoluto dell’Io su tutto. Ed eccoci, tutti, a correre affannosamente come una immensa folla per realizzare i desideri individuali e cogliere le opportunità del godimento. È un incredibile paradosso: “consumiamo” la vita per “realizzarla”! Ma è una corsa in cui i più cadono: tutti cercano l’appagamento dell’emozione, ma alla fine vince il ripiegamento su di sé. Un po’ come una massa informe di mosche che si schiantano sul vetro della finestra, illuse di andare verso la luce, e cadono a terra sfinite. L’edonismo è l’anticamera della malinconia.

Le stesse religioni – private della loro forza liberatrice – si son fatte complici di questa rincorsa: devono consolare, anestetizzare, smussare gli spigoli. E la spiritualità è ormai di moda nella cultura dei consumi della vita. L’attesa della parusìa sembra scomparsa........

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