L'ordine mondiale è morto, ma la guerra non è destino |
L’intervento del primo ministro canadese Mark Carney a Davos ha avuto un’ampia risonanza. Non tanto per la novità delle tesi espresse, quanto perché ha dato voce a una percezione diffusa benché spesso rimossa: l’ordine liberale globale è finito. E con lui l’illusione che la combinazione tra mercato globale, democrazia liberale e progresso tecnologico sarebbe coincisa con la “fine della storia”. Oggi quella narrazione non ha più presa. Anche perché a riempire le cronache dei nostri giorni è il ritorno della forza come criterio regolativo delle relazioni internazionali e sociali in un quadro altamente frammentato. Così il rischio è di finire travolti dalla narrazione opposta e ugualmente riduttiva dello “scontro delle civiltà”. Se la prima narrazione peccava di ingenuità ottimistica, la seconda può trasformarsi in una profezia (di sventura) che si autoavvera. Ridurre la complessità del mondo contemporaneo a blocchi culturali omogenei, inevitabilmente destinati a entrare in conflitto, significa legittimare la chiusura, la paura, la logica amico–nemico. Significa rinunciare in partenza a ogni spazio di mediazione, cooperazione, contaminazione. E soprattutto significa naturalizzare il conflitto,........