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Le notti che più non sapevamo Questo male e la memoria dell’altroieri

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19.10.2020

In questo autunno che va sprofondando di nuovo nella paura penso spesso a mia nonna. Nata sull’Appennino parmense sul finire dell’Ottocento, tanti fratelli su una terra avara. Il gelo d’inverno, le malattie che falciavano i bambini e non lasciavano che gli adulti diventassero vecchi. Poi, a Parma, questa mia nonna diventa madre di mio padre e delle sue sorelle. Anni Venti: né vaccini, né antibiotici. Ogni volta che a un figlio saliva la febbre c’era da tremare: era cosa da poco o invece un’infezione maligna, quella che faceva scottare la fronte per giorni, e non se ne voleva andare? Penso alle notti, alle infinite notti di generazioni di madri chine su un figlio malato, che chissà se sarebbe guarito. E quante volte nei lunghi inverni, per malanni banali, nelle case moriva un bambino. Era dolorosamente 'normale', era, ancora o quasi, il destino degli uomini, nei secoli, da sempre. Poi, dopo la guerra, arrivarono gli antibiotici. Molte malattie guarivano in un batter d’occhio, con quella nuova straordinaria medicina.

Chissà, nei primi anni, lo stupore nel vedere certi febbroni possenti, di colpo, dissolversi e........

© Avvenire


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