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La piccola e sporca grandezza di Diego è, in noi, eco felice di quella che conta

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30.11.2020

Caro direttore,
il 25 novembre scorso Diego Armando Maradona lasciava questa terra prematuramente. La stessa data in cui si celebrava la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che veniva offuscata dalla morte del Pibe de oro. Un uomo che ha vissuto due vite contemporaneamente: la prima da calciatore sublime e intoccabile. La seconda vita: da divo fra vizi ed eccessi fuori dal campo. Droga, alcol, guai con il fisco, diversi figli nati da donne diverse e poi riconosciuti. Insomma, un personaggio da amare allo stadio, ma da condannare nella vita privata. Personalmente, anche essendo suo fan, trovo eccessivo il bombardamento mediatico di questi giorni. I latini ammonivano: «Est modus in rebus». E io non ho condiviso per nulla tutto questo cancan. So pure che un altro detto latino recita: «Parce sepulto», e che Gesù ci insegna a non giudicare, per non essere giudicati. Ma se nascondiamo la verità dei fatti, siamo solo ipocriti. La terra ti sia lieve, caro Diego.
Franco Petraglia, Cervinara (Av)

Caro direttore,
Maradona è stato soltanto uno dei più grandi calciatori del mondo – non dimentichiamo Pelè, almeno altrettanto gigantesco! –, ma le commemorazioni che stanno “intasando”, come una ossessione, i media in questi giorni hanno quanto meno la forma dell’iperbole. Genio, eterno, magico, divino, monumentale, eroe e chi più ne ha più ne metta. Geni ed eroi sono ben altri e dobbiamo solo chiedere perdono a quelli veri. L’umanità ha invece bisogno di sana normalità. Quella normalità capace di capire la pochezza intellettuale di certe commemorazioni e il senso di ciò che scrisse Bertolt Brecht:........

© Avvenire


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