La dignità del lavoro e la speranza chiusa in un armadio
Aperta l’anta dell’armadio, la scorsa settimana in una soffitta di Prato (Italia, 2025), è caduto un cuscino e spuntato un braccio. Quello di un uomo, che non ha strillato, ha cercato solo di richiudere la porta per continuare a dormire e a sperare. Sperare in una libertà futura seppure da conquistare al prezzo della semi-schiavitù attuale: 12 ore alla macchina per cucire, 2 ore per mangiare e come giaciglio, appunto, un guardaroba. Nei dizionari non lo si trova, ma se ci si guarda dentro, appare lampante una verità: il vero sinonimo della parola speranza è lavoro. Si lavora perché si spera: di migliorare la propria condizione, di ottenere dei risultati, di realizzare sé stessi. Ma è altrettanto vero l’inverso. Si spera perché si lavora: si prevede un futuro migliore quanto più ci si impegna per costruirlo, si immaginano grandi risultati se si investono i propri talenti, se si mettono all’opera mani e testa. Speranza e lavoro sono due fili ritorti che si sostengono a vicenda: l’uno senza l’altra non resistono alle tensioni, intrecciati sono come il cordame robusto che regge grandi pesi e strappi improvvisi. Di questo Giubileo della speranza che cosa resta,........