Il «secondo Bosforo» di Erdogan: unirà due mari, divide la Turchia
In turco, la parola toz suona come un sussulto. Di quelli che si spezzano in gola e fanno trattenere il respiro. Parliamo della polvere che sta avvolgendo come una coltre spessa e maleodorante i villaggi e i campi della Tracia orientale. Che sta cancellando un mondo, per plasmarne un altro. Che ha i colori del fango e del cemento. Villaggi dove il tempo pareva essersi fermato, lontani anni luce dalla luccicante frenesia di Istanbul, incastonati tra migliaia di ettari di campi coltivati e di pascoli che si estendevano a perdita d’occhio. Tutto questo ora sta sparendo, come risucchiato nel vortice di un via vai di camion, ruspe e betoniere. Un’intera regione trasformata in un gigantesco cantiere. Un paesaggio che viene sfigurato sotto gli occhi sgomenti di migliaia di contadini e di pastori che avevano piantato radici su queste terre da generazioni, e che in un baleno sono stati espropriati, a colpi di carte bollate e di cariche della polizia, mobilitata per ridurre all’impotenza chi osava resistere per difendere il proprio fazzoletto di terra.È così che sta prendendo corpo quella che Erdogan ha definito «la più grande opera della Turchia moderna». Parliamo del Kanal Istanbul, il secondo Bosforo: un canale artificiale che, tagliando da nord a sud per 45 chilometri la Tracia orientale, dovrebbe collegare il Mar Nero al Mar di Marmara, trasformando di fatto la parte europea di Istanbul in un’isola. Sulla carta l’obiettivo di questo kolossal edilizio è quello di decongestionare il traffico marittimo del Bosforo, unica via d’accesso al Mediterraneo per i Paesi che si affacciano sul Mar Nero. Nella realtà è la dimostrazione di un teorema. Quello di un leader, Erdogan – e del suo partito, l’Akp........