La ritirata Usa dall'Onu è una scelta che riduce l'orizzonte comune

C’è un modo per capire la politica estera che non passa dai discorsi solenni né dalle crisi spettacolari, ma dagli spazi che si lasciano vuoti. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno annunciato l’uscita da un numero impressionante di organismi internazionali: forum tecnici, agenzie dell’Onu, piattaforme scientifiche, programmi di cooperazione. Presi uno a uno, molti di questi nomi dicono poco al grande pubblico. Considerati insieme, però, raccontano una storia coerente: un ridisegno silenzioso ma profondo dell’impegno americano nel mondo.Non si tratta soltanto di geopolitica, né di un cambio di amministrazione o di stile. È una mutazione di fondo nel modo di concepire il multilateralismo. Per decenni, con tutte le ambiguità del caso, Washington ha considerato le istituzioni internazionali come strumenti imperfetti ma necessari per governare un mondo interdipendente. Oggi, al contrario, esse vengono percepite come costi, vincoli, spazi di dispersione della sovranità. Il ritiro non è episodico: colpisce in modo sistematico le aree dove la cooperazione richiede tempo, fiducia, competenza condivisa e soprattutto una visione del bene che non coincide con l’interesse immediato.È particolarmente eloquente il disimpegno dai luoghi che producono conoscenza comune sullo stato del pianeta: l’Intergovernmental Panel on Climate Change, la cornice della Un Framework Convention on Climate Change, le reti internazionali sulle energie rinnovabili e sulla biodiversità. Qui non siamo davanti a un dibattito tecnico su modelli........

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