Papa Leone XIV vs John Hagee |
Si apre una frattura profonda: quella tra una religione che cerca di fermare la Storia quando diventa distruttiva e una che vede nella distruzione il preludio di un destino provvidenziale
Nel pieno di una nuova escalation militare in Medio Oriente, due voci religiose emergono con accenti radicalmente opposti. Da un lato quella di Leone XIV, che invoca la fine immediata delle ostilità; dall’altro quella del telepredicatore statunitense John Hagee, per il quale la guerra rappresenta addirittura un passaggio necessario nel disegno divino della Storia. Il conflitto legato all’operazione militare denominata Operazione Epic Fury contro l’Iran diventa così il terreno simbolico di uno scontro tra due visioni teologiche e politiche profondamente divergenti. Nel corso di un recente intervento pubblico, Leone XIV ha scelto parole di forte intensità spirituale e morale. Il pontefice ha invitato il mondo a pregare affinché “cessi il fragore delle bombe” e perché “si ascolti finalmente la voce dei popoli”. La sua posizione si inserisce nella tradizione diplomatica della Santa Sede, storicamente orientata alla mediazione e alla riduzione delle tensioni internazionali. Il richiamo del papa non riguarda soltanto la tragedia umanitaria che ogni guerra inevitabilmente produce, ma anche il rischio di un’escalation incontrollabile capace di trascinare l’intero sistema internazionale in una spirale di violenza. La prospettiva di Leone XIV si fonda su una concezione della storia nella quale la responsabilità morale degli uomini rimane centrale. La guerra, in questa visione, non è mai uno strumento di redenzione, né tantomeno un segno dell’avvicinarsi di un compimento escatologico. Al contrario, essa rappresenta il fallimento della politica e della coscienza morale. L’appello ad ascoltare “la voce dei popoli” allude implicitamente alla distanza crescente tra decisioni strategiche delle élite e desiderio diffuso di pace nelle società civili. A migliaia di chilometri di distanza, però, si sviluppa una narrativa completamente differente. John Hagee, influente predicatore evangelico e fondatore dell’organizzazione Christians United for Israel, ha salutato l’operazione Epic Fury come una “favolosa vittoria militare” e, soprattutto, come un evento “voluto da Dio”. Per Hagee il conflitto non rappresenta una tragedia da evitare, ma un passaggio che si inserisce nella lettura apocalittica delle Scritture tipica di alcuni ambienti dell’evangelicalismo statunitense. Secondo questa interpretazione, la storia contemporanea starebbe avvicinandosi alla cosiddetta “fine dei tempi”, un periodo nel quale grandi guerre e sconvolgimenti geopolitici precederebbero l’intervento definitivo della provvidenza divina. In questo quadro, l’attacco all’Iran viene visto come una tappa della progressiva realizzazione delle profezie bibliche. Hagee, che dispone di un patrimonio stimato attorno ai cinque milioni di dollari e di un vasto seguito mediatico, ha spinto il discorso ancora oltre, ipotizzando addirittura una futura “operazione Epic Fury verso la Russia”. L’azzardo profetico del telepredicatore non è soltanto un esercizio retorico. La sua influenza su una parte significativa dell’opinione pubblica evangelica americana conferisce a queste parole un peso politico non trascurabile. Nel corso degli ultimi decenni, Christians United for Israel è diventata una delle organizzazioni religiose più attive nel sostenere politiche estere fortemente allineate con la sicurezza israeliana e con una visione conflittuale del Medio Oriente. Il contrasto tra Leone XIV e Hagee appare quindi come il confronto tra due forme di misticismo politico. Il primo rappresenta una spiritualità della responsabilità e della pace, nella quale la fede spinge a limitare la violenza e a difendere la dignità delle popolazioni coinvolte nei conflitti. Il secondo incarna invece una teologia della storia fortemente escatologica, nella quale la guerra può diventare uno strumento attraverso cui si manifesterebbe il disegno divino. Queste due visioni non sono semplicemente opinioni religiose: esse riflettono anche modelli diversi di rapporto tra fede e potere. Nel discorso del papa la religione agisce come forza moderatrice, capace di ricordare ai governi i limiti morali dell’azione militare. Nel messaggio di Hagee, invece, la fede tende a legittimare l’escalation geopolitica, trasformando gli eventi bellici in segni profetici. In definitiva, l’eco della guerra contro l’Iran non si misura soltanto nei bombardamenti o nelle strategie militari. Essa attraversa anche il campo simbolico e spirituale, dove figure religiose interpretano lo stesso evento con significati opposti. Tra la preghiera di Leone XIV perché “cessi il fragore delle bombe” e l’esultanza apocalittica di John Hagee si apre una frattura profonda: quella tra una religione che cerca di fermare la Storia quando diventa distruttiva e una che, al contrario, vede nella distruzione il preludio di un destino provvidenziale.
Dott. Yari Lepre Marrani