Monsieur Dupont sdraia anche l’Italia |
RugbyingClass di Umberto Piccinini
Ci sono individui che non vogliono perdere neanche a “tresette” contro la nonna. Qualsiasi cosa facciano gli riesce in modo eccellente. Istintivamente, senza far apparire nessuno sforzo. In più sono pure di quelli “tutti per benino”. Una perfezione tanto indefinibile da solleticarti lo stomaco e la dovuta ammirazione si mescola, quasi, a un sentimento di fastidio. Antoine Dupont, capitano della Francia, è così. Un “secchione” dell’ovale. Con quel viso da “bravo ragazzo” e il ciuffetto sempre a posto, potrebbe essere il cassiere che custodisce i tuoi risparmi in banca o il garzone del fornaio che ti porta il pane caldo alla mattina, poi, in mezzo al campo, la metamorfosi. Sfoggia l’indole pirenaica e si trasforma in un “satanasso”. E’ inattaccabile. Sparisce e riappare. Vede, assiste, sostiene, inventa, passa, corre, calcia, lancia, segna, spinge, placca. Un onnipresente factotum. Illumina la scena il più forte giocatore del Mondo. Uno spettacolo continuo e ogni palla accarezzata diventa magica. E basta, non se né po’ più però!
E a Lilla, contro l’Italia, come non confermarsi trascinando “l’equipe”, già spietata di suo, al terzo trionfo su tre partite e consolidando il primato, sempre più vicini all’agognato Grand Slam.
La bellissima maglia “rosso garibaldino”, con tanto di dicitura interna “qui si fa l’Italia o si muore”, indossata dagli uomini di Quesada, non è stata sufficiente. Non è stata esattamente l’Italia che ci potevamo aspettare o volevamo vedere. Cinque mete a una e 33 a 8 il risultato finale di una partita dura, serrata, giocata senza mezzi termini. Di fronte una squadra transalpina determinata, solida in difesa e devastante nei contrasti, quasi il novanta percento quelli riusciti, capace di ammortizzare i ripetuti tentativi di una squadra italiana per buona parte dell’incontro perfino frizzante, a tratti anche superiore nella ripresa, ma spuntata. L’insufficienza di alcuni interpreti chiave, manifestamente sottotono, ha dato vita a un piano di gioco complessivo piuttosto impreciso e meno fluido rispetto le partite precedenti. Poi, vero, mai arrendevole o disunita e per gli interi ottanta minuti, o fintanto che l’ennesimo andare a farfalle di Lynagh non ci lasciasse in quattordici, ben disposta, nello spirito e nella tattica, all’agonismo. Troppi banali errori e ovali distrattamente smarriti per poter impensierire o ribaltare le sorti contro questa Francia tanto cinica. Capiamoci, la partita era di quelle tremende e la differenza di qualità tecnica non era in discussione, ma subire meta nell’immediato, e come sono state incassate, trovandosi sotto dodici a zero dopo solo dodici minuti, ritengo, è la prova indiscutibile di un approccio psicologico ancora una volta inadeguato.
Il commento di Gonzalo Quesada, Capo Allenatore, a fine partita: “Al settantesimo eravamo 19-8”, e chiosa “Anche se stata una partita chiusa fin lì, abbiamo difeso molto bene, anche sui palloni a terra. Ho parlato con Galthié e anche lui è stato sorpreso da questo nostro atteggiamento. Abbiamo preso una meta con un calcio di spostamento mentre eravamo in inferiorità: peccato, perché il risultato non rispecchia molto ciò che abbiamo fatto in partita”.
Possiamo consolarci, mai volessimo, pensando che Capuozzo, al rientro dopo due mesi di stop per infortunio, con la meta segnata, è lo stesso scugnizzo capace di scippo con destrezza ovunque si trovi la palla. E come non citare la maiuscola prestazione di Marin. Non ha fatto rimpiangere Capuozzo da estremo, non fa sentire la mancanza di Brex tanto da rendere imprescindibile la sua presenza in questa squadra. E poi gli elementi del pacchetto di mischia, anche spacchettato in mezzo al campo, una garanzia assoluta. E, infine, gli alti e bassi mostrati dai talenti di Galthiè siano dovuti all’avversario più ostico che abbiano finora affrontato. Non un merito da poco. Sicuramente il tutto da mettere in pratica, fra due settimane a Roma, contro un’Inghilterra che pare sempre più zoppicante. Nonostante tutto è una Italia diversa … chissà!
Credits: Leonardo Marin in azione concessione Federugby