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Iran, gli obiettivi non dichiarati di Donald Trump

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05.03.2026

Non è solo una guerra di missili e deterrenza. È una partita di obiettivi non dichiarati, di consenso interno fragile, di alleanze regionali in bilico e di egemonia geopolitica. Nelle ore successive all’operazione americana contro l’Iran, la domanda centrale non è tanto se gli Stati Uniti abbiano la capacità militare di sostenere lo sforzo, quanto quale sia l’obiettivo politico senza tenere conto dei diritti umani. Alissa Pavia, che a Washington è senior fellow dell’Atlantic Council, esperta di Nord Africa e Medio Oriente, direttrice dell’area Mena di Geopolitica.info è stata intervistata da Adnkronos. Dalla confusione sugli obiettivi dell’amministrazione Trump al nodo del cambio di regime, dal ruolo dei proxy iraniani alla postura dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido in grado di ridisegnare l’intero Medio Oriente e non solo. Negli Stati Uniti l’operazione contro l’Iran viene percepita in modo diverso rispetto alla narrazione europea, anche perché quest’anno si saranno le elezioni di Meade Term che potranno rafforzare o indebolire Trump al Congresso. È ancora presto per dirlo con certezza. Un primo sondaggio indica che una parte consistente degli americani non è entusiasta di una politica interventista. Il Midwest e quella che viene definita “Mainland America” hanno espresso più volte frustrazione per le questioni economiche interne e non vedono necessariamente un intervento militare come un beneficio diretto per il Paese. Allo stesso tempo, la morte di Khamenei viene percepita da molti come un fatto positivo. C’è un elemento di contraddizione: alcuni di coloro che oggi criticano l’interventismo erano gli stessi che solo pochi mesi fa chiedevano un’azione forte per fermare la repressione in Iran. Assistiamo a una certa grande confusione dell’opinione pubblica. Si è parlato di cambio di regime che però è cosa diversa dalla decapitazione militare. Inizialmente Trump aveva evocato un cambiamento totale della leadership e dell’assetto politico. Poi ha citato il Venezuela come possibile modello, ma lì non c’è stato un vero cambio di regime. Questa ambiguità crea incertezza nell’opinione pubblica e anche tra i membri dell’amministrazione. È significativo che nessun segretario sia andato nei talk show domenicali per spiegare la linea ufficiale. Ciò lascia pensare che non c’è una narrativa condivisa oppure che si vorrebbe mantenere la riservatezza. Il dibattito negli Usa non si concentra tanto sulla capacità militare. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, sono chiaramente più forti dell’Iran. La vera preoccupazione è la durata. L’Occidente tende a indebolirsi politicamente con il protrarsi delle guerre. Il consenso interno può erodersi rapidamente se non sono chiari gli obiettivi. Inoltre, le dichiarazioni contraddittorie sul possibile invio di truppe di terra aumentano l’incertezza. Se l’obiettivo fosse davvero un cambio di regime, sarebbe difficile immaginarlo senza una presenza fisica sul territorio o senza una sommossa popolare o una lotta di resistenza degli oppositori al regime degli ayatollah. Trump ha incitato il popolo iraniano a ribellarsi. Se questo accadesse, potrebbe essere una vittoria politica personale,........

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