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Referendum: “La riforma regala troppo potere ai p.m.” oppure li subordina al potere politico?

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18.03.2026

Ci sono più paradossi – con dichiarazioni che si contraddicono a vicenda – all’interno delle posizioni che sostengono il NO e il SÌ sulla riforma sottoposta a referendum del 22 e 23 marzo. C’è ad esempio il caso rilevante dell’ex magistrato e parlamentare di sinistra Luciano Violante, sostenitore del NO. Normalmente chi parteggia per questo fronte teme fortemente che ci sia il pericolo di una subordinazione al potere politico dei p.m., i pubblici ministeri che indagano e sostengono le richieste al giudice. Ebbene, l’on. Violante è invece dell’avviso totalmente opposto, cioè che “la riforma regala troppo potere ai p.m.” (testualmente sul Corriere della Sera del 9 marzo 2026 a pagina 30). Specifica ancora: “Con la legge sottoposta a referendum il pm si autogoverna, si autopromuove, resta pm per sempre, non dipende da nessuno, ha la polizia giudiziaria alle proprie esclusive dipendenze e l’obbligatorietà dell’azione penale per la quale ogni indagine diventa ‘atto dovuto’. L’esercizio di questo grande e incontrollato potere – continua – è un pericolo per i diritti dei cittadini e per la stessa politica”. Sono dichiarazioni che suonano come uno schiaffo alla propaganda del NO, che afferma proprio l’opposto, denunciando il pericolo di limitazione dei poteri dei pm. Eppure Violante vota NO per contrastare il sovrapotere concesso ai pm!

È una posizione assunta anche dall’ex giudice Carlo Ancona in un recente dibattito con l’avv. Franco Larentis. Anche per lui il problema è che la riforma non intacca il ruolo dei pm, ai quali resta l’immane potere di “condannare al processo”: la sentenza – di condanna o assoluzione – verrà molto dopo, ma intanto l’imputato aspetta e soffre. Bisognerebbe intervenire prima, sottintende l’ex giudice. Non a caso – aggiungiamo noi – in sede di dibattito alla Assemblea Costituente nel 1946-1948, furono distinte le funzioni di giudici e pm. C’è l’esempio illuminante del giurista e politico cristiano-democratico Giuseppe Bettiol. Per lui e per un’ampia parte dei padri costituenti “le funzioni del pubblico ministero non devono essere incapsulate accanto a quelle del giudice, ma devono essere distinte; è proprio dei regimi totalitari il concetto di voler considerare il pubblico ministero come un organo della giustizia, mentre in tutti i regimi liberali esso è considerato come un organo del potere esecutivo”. Fu per questo motivo che in Costituzione all’art. 101 si puntualizza che “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”, escludendo il riferimento ai pubblici ministeri, per i quali all’ art. 107 si accordano delle garanzie non di livello costituzionale ma provenienti da leggi ordinarie sull’ordinamento giudiziario.

Sono argomentazioni ad una lunghezza stellare da quanto viene ufficialmente proposto dal fronte del NO. Il fatto singolare è che vengono esplicitamente e implicitamente rammentate da liberi e pur sempre autorevoli e influenti pensatori come Violante e Ancona, che finiranno per votare NO, ma per le ragioni opposte a quelle ufficiali del “campo largo” e dell’associazionismo dei magistrati.

Sarà forse per questo che scatta un altro paradosso: quello del più noto ex pubblico ministero Antonio Di Pietro, schierato sperticatamente per il SÌ. Come spiegare al corpo elettorale che comunque con il prevalere del SÌ si proseguirà sulla via del giusto processo, svolto secondo l’art. 111 della Costituzione nel “contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”? Purtroppo se gli elettori non avranno chiaro i termini della questione e la collocazione dei contendenti, resteranno un’altra volta a casa.

segretario regionale PSI del Trentino Alto Adige


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