Schegge di notizie tra aggiornamenti e riflessioni, prima parte

News: in Medio Oriente si firma il protocollo che dovrebbe portare alla pace, il coraggio del popolo albanese è un esempio di cittadinanza attiva, il discorso della remigrazione voluto in Europa è anche una questione di uso del linguaggio. Inoltre, aumentano le ondate di calura. Spoiler, queste notizie hanno un filo conduttore perché alcune vicende richiedono analisi, altre un po’ di umanità nell’orbita percettiva della nostra storia.

La domanda da porsi per ripensare il mondo in cui viviamo è semplice: ci troviamo davanti a stati fragili o caso di no, quanto manca? Lo storico è complesso e travagliato. Parte da remoto. Ci ritroviamo quindi in una sorta di ologramma dove lo zelo è talmente impotente che nemmeno le fiammelle hanno più voglia di ardere. Il circondario è talmente in subbuglio e confusionario che seguire il caos sembra quasi di seguire un’agenda sensata. Eppure, è lì davanti agli occhi in bella vista, la “terza guerra mondiale a pezzi” (Papa Francesco), una vorace lotta intestina dell’umanità per il controllo, principalmente economico, sociale e culturale. Sarebbe questo l’ego da inchiodare?

Non servono quasi più le armi né i soldi. Per giocare a Risiko bastano l’ID digitale, il credito digitale, il controllo mediatico e la capacità di una piccola cupola di farsi le regole. Senza alternative, contrapposizioni ideologiche culturali, classiste o religiose di qualsiasi genere, siamo quasi alla retroguardia. Cercasi roadmap! Lo spunto ce lo danno più le schegge di notizie via internet che la narrativa istituzionale. Si parla sempre di economia e geopolitica, nel tentativo di placare l’ansia con perle di saggezza prese dall’esterno, quando sarebbe più intellettualmente corretto parlare di antropologia economica e del comportamento economico umano. Si tratta di analizzare la produzione, la distribuzione ed il consumo delle risorse, tutti processi radicati nel tessuto delle relazioni culturali e sociali piuttosto che in analisi distaccate dettate da corse appresso agende e strategie manageriali. La definizione di uno stato fragile non è semplicemente un’etichetta, è una costatazione. Lo scollamento è tale da far riflettere. Gli interventi internazionali che ne conseguono possono fare da marcatori, sono: tariffari, diplomatici, aiuti di vario genere, sanzioni, presidi militari?

Se finora si è accettato il dollaro come valuta mondiale non era perché Nixon fece una scelta economica ma poiché si credeva negli USA e nelle sue istituzioni. Vi era un forte apporto di antropologia economica. Tutt’oggi i mercati sono attendisti circa la FED e le scelte del suo nuovo presidente. Che ne sarà dei tassi? La de-dollarizzazione è in corso ma il quanto e quando dipende dall’antropologia economica ovvero dalla fragilità, dalla credibilità di uno stato. Vivere l’economia come scienza granitica o un processo avulso dalla umanità fa parte della narrativa conservatrice thatcheriana. Dopo quarant’anni e visto come stiamo avremmo dovuto aver appreso qualcosa.

I quesiti problematici restano e un po’ li conosciamo tutti: cambiamento climatico, fame, diseguaglianze, guerre, debiti…Partiti, e ancor di più i movimenti, si muovono spesso tra questi ambiti, anche in contrasto fra loro. Si potrebbe riassumere così: ci troviamo di fronte a un riscaldamento globale dovuto ai gas serra. La nostra produzione ed il concetto stesso di overshoot delle risorse inficia moltissimo con la necessità di crescita economica ma d’altro canto bisogna ripensare la crescita con altre politiche economiche in quanto non può continuare come prima.

Qui si innesca un discorso agricolo in primis, che concerne la fame (reale) nel mondo, quindi la produzione agricola nonché un discorso farmaceutico legato ai diritti sui brevetti dei farmaci salvavita. Partiamo da un articolo apparso sul “Guardian” il 10 giugno 2026 a firma di vari economisti: “We Economists Have Done the Maths: ‘Growth’ is a Doomed Strategy”. L’articolo contesta il continuare sugli attuali binari neoliberali. In un mondo più ricco dove 1/10 della popolazione combatte la sopravvivenza spicciola (acqua, cibo, alloggio), la miseria nel vero senso del termine, da un’altra parte i consumi sono stratosferici. Quindi questo porta inquinamento, ondate di calore, alluvioni. Problemi di redditi in aumento (quindi profitti e rendite) mentre i salari sono bloccati. Metà del mondo, il sud globale principalmente, spende quasi solo per ripianare debiti. Vi è ampia letteratura di vasto respiro a riguardo: Gustavo Petro, economista e Presidente della Colombia, “Economy for Life” – integra transizione energetica (post estrattiva), libertà dalla dipendenza (le strutture feudali) e promuove il superamento delle diseguaglianze sociali. Vede una sovranità alimentare nel crescere delle piccole coop contadine e popolari. In questo, vi è anche una tutela economica e ambientale.

Il caro vecchio Keynes dal canto suo non poteva separare etica ed economia. Egli non solo voleva riparare i problemi tecnici, trovava bensì un’etica nell’occupazione come tema centrale della vita civile. Era un laissez faire atipico in quanto non riteneva che sempre il mercato fa ciò che è bene per le masse e quindi va guidato.

Gary Stevenson, ex trader della Citibank con posizioni vicino ai verdi UK, argomenta che le diseguaglianze sono il motivo principale del declino economico. Un sistema governato da una cupola di paperoni tende a soffocare la domanda aggregata (vedi AD) di un........

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