Dare la parola al futuro con poca voce: parla Camilla Morelli |
Dare la parola al futuro con poca voce: intervista alla Dottoressa Camilla Morelli (Università di Bristol), antropologa sociale
Va fatta una breve premessa. Viviamo un’epoca carsica che sembra erodere idee, parole, azioni e opere dall’interno, svuotandone i significati importanti e i valori. Nonostante ciò, alcuni lavori sono mestieri (purtroppo sottovalutati) che lasciano un segno. Lavorare con i giovani oggi implica la capacità di lasciare un qualcosa: voce e nuova speranza. Come un quadro barocco, la luce entra e si rifrange dall’interno, illuminando gran parte dell’opera. In primo luogo, grazie della disponibilità. Lei lavora in contesti in contesti così diversi e curiosi che a volte tocca togliersi i nostri canonici occhiali della narrativa solo per iniziare a captare le situazioni. Potremmo partire dalle presentazioni, aggiungendo un po’ di sottofondo e contesto. Come è finita Bristol, e poi in Amazonia e le sue impressioni. In cosa consiste il suo lavoro lì presso l’università? Ho iniziato studiando antropologia culturale alla Sapienza, a Roma. Durante la laurea ho svolto un programma Erasmus all’Università di Manchester. Rimasi molto colpita dall’ambiente accademico britannico e decisi di proseguire lì i miei studi, prima con un master in ricerca antropologica e poi con un dottorato in antropologia, sempre a Manchester. Un percorso difficile: all’inizio degli studi in Inghilterra non parlavo bene la lingua, non avevo nessun contatto in accademia o altrove, e non sapevo come funzionasse il mondo universitario nel Regno Unito. Ma fare ricerca era il mio sogno, e sentivo che valesse la pena impegnarsi fino in fondo. Dopo molte incertezze e ostacoli, finito il dottorato ho ottenuto una cattedra in antropologia sociale all’Università di Bristol, dove oggi sono professoressa (senior lecturer).
Quindi dopo aver travagliato nello studio ha potuto affinare quell’empatia che dovrebbe essere necessaria a insegnare e lavorare con i giovani appunto. Oltre a ciò, fa anche una cosa molto coraggiosa, esotica e interessante. Divido il mio tempo tra insegnamento universitario e ricerca sul campo. Conduco studi etnografici in Amazzonia da 16 anni, in particolare con bambini e giovani che vivono in aree remote della foresta pluviale. Nel 2010, per la ricerca di dottorato, ho trascorso un anno con la comunità indigena Matsès, in un villaggio che richiede una settimana di viaggio per essere raggiunto, tra piccoli aerei e trasporto fluviale in canoa. Da allora sono tornata ogni anno, seguendo nel tempo le traiettorie e le trasformazioni di queste comunità. Negli ultimi anni mi sono dedicata soprattutto alla coproduzione di “animazione etnografica”, un metodo di ricerca collaborativo che ho sviluppato con animatori professionisti, artisti amazzonici e ricercatori indigeni. Ogni anno, quando finiscono i corsi e gli esami all’università, torno in Amazzonia per fare queste ricerche.
Tornando a Roma, recentemente l’ex presidente francese Hollande (qui per una conferenza circa le idee per il futuro) sosteneva, che sebbene i giovani rappresentino, una percentuale elettorale esigua dato l’inverno demografico, sono anche il futuro. Andrebbero coinvolti maggiormente. Lei ha modo di lavorare con due diverse realtà giovanili. Per la stessa serie di incontri era intervenuto anche il Cardinale Zuppi affermando come i giovani, non convocati e non organizzati, siano in grado di organizzarsi e stupire in piena epoca individualista e materialista. In un tuo breve video ponevi un quesito molto simile: tutti parlano di giovani ma quasi nessuno si prende la briga di chiedergli cosa pensano e cosa vogliono veramente. Parliamo più di queste figure ‘invisibili’ a fasi alterne con le quali ti relazioni quotidianamente. È una cosa che sostengo da molto tempo. Ho lavorato con bambini e adolescenti in diverse parti del mondo (non solo in Amazzonia, ma anche in contesti urbani e rurali in America Latina, in Europa e altrove) e c’è un elemento ricorrente tra di loro: i giovani e soprattutto gli adolescenti sentono di non essere ascoltati. “Gli adulti non ci ascoltano” è una frase che ho sentito ripetere dalla foresta pluviale ai contesti urbani dei paesi industrializzati. Le faccio due esempi. Ho lavorato con adolescenti in una città del Regno Unito che vedevano nel bullismo uno dei problemi più urgenti nelle loro scuole, e avevano una proposta concreta per affrontarlo: creare un comitato di studenti che intervenisse attivamente sul tema. Ho anche lavorato in comunità costiere minacciate dal cambiamento climatico, dove gli adolescenti proponevano sistemi di riuso della plastica per ridurre l’inquinamento. Queste sono soluzioni straordinariamente lucide e pratiche, e in molti casi pienamente realizzabili. Il problema, troppo spesso, non è la mancanza di idee da parte dei giovani, ma la mancanza di spazi in cui queste idee vengano prese sul serio e implementate. Questo vale anche........