Quelle dolorose “Fluttuazioni” sull’identità e sulla vita
ROMA – “L’amore non ha genere”; “Il vero peccato è l’assenza di amore”; “Dio ci ama così come siamo…”.
Con una forzatura filologica, ma anche estetica, è il senso profondo di “Una leggera fluttuazione”, testo della drammaturga e attrice romana Roberta Bobbi commuovente, poetico, lacerante. Che interpreta con Emanuela Serini e Maddalena Recino (tutte con frequentazioni autoriali di rilievo e prestigio, una loro declinazione drammatica ben definita).
Accolto con un’onda emozionante di applausi e ripetute chiamate della compagnia, ma anche con lacrime di commozione poiché tocca le corde più intime della vita e l’immaginario di ognuno di noi, come accade quando ci si libra alti nel cielo della poesia.
Nelle tre intense serate in cui è stato proposto al teatro “Le Sedie” (Roma Nord), un piccolo “gioiello” dove si respira l’aria sana della ricerca, del mettersi in gioco, che trova piena realizzazione nel continuo risvolto pedagogico con i corsi organizzati nel territorio.
Regia attenta ai chiaroscuri interiori, i tormenti, le crisi e attrici emotivamente tese nel renderli in tutta la loro complessità su un tema delicatissimo: l’identità sessuale, la percezione di sé, delle scelte conseguenti che mettono in crisi l’ordine sociale e famigliare nato dalla rimozione, ma anche dalla violenza dei modelli di vita intorno, integralisti, ad excludendum.
La drammaturga lo affronta con apparente leggerezza, ma senza reticenze né falsi pudori. Incrinato lo status quo, rotto l’incantesimo perbenista e borghese, un po’ ipocrita, dissipato ogni moralismo posticcio, ognuno si assume le proprie responsabilità, ben sapendo che ci sono costi di ogni sorta da pagare, ma anche dell’assenza di altre opzioni.
Angela e Laura stanno insieme. La famiglia di Laura è disarticolata: il marito Luca è imbarazzato, la figlia Caterina turbata nel suo sviluppo adolescenziale, l’istituzione scolastica tenta di gestire le interfacce della nuova realtà, ma a sua volta denuncia il relativismo dei suoi paradigmi pedagogici.
Mentre si tiene sullo sfondo la scansione farmacologica di Angela, che vorrebbe plasmare il proprio corpo in chiave androgina, è la sorella di Angela, Marzia – avvocatessa dal gran cuore che ha sacrificato la carriera all’assistenza della madre – che media fra la passione e la ragione, la società e l’individuo, ipotizzando una socialità interpersonale e famigliare dove tutti possano coesistere senza soffrirne.
Può durare un tempo limitato, ma le “fluttazioni” riemergono sempre come iceberg insidiosi.
Enfatizzati da una bella trovata del regista Stefano Sanna: le ombre. In alcun passaggi dello spettacolo Laura e Angela si muovono dietro un panno bianco, che le smaterializza, le rende metafisiche, ne fa degli ectoplasmi che parlano senza autocensure, prive cioè della “gabbia” della sovrastruttura culturale e sociale, come in una seduta psicanalitica.
Per cui la semantica delle “Fluttuazioni” si trasfigura dilatandosi nell’idea di vita, del senso da dare, di stare al mondo, l’orizzonte del giorni che, come direbbe Cioran, ci sono toccati in sorte.
L’ultima scena è aperta quanto rivelatrice: tutto pare ricomporsi dopo ispidi conflitti e profonde lacerazioni. Se solo si sapesse chi sta vedendo Laura dinanzi a sé: la figlia Caterina, ritrovata, il marito Luca, la famiglia classica, la madre defunta, l’amante o chi?
Stop and go, il nastro potrebbe così riavvolgersi e tutto ricominciare. La fine non è forse un nuovo inizio? Ma con uno sguardo nuovo, inclusivo, umano sul mondo, le cose, gli altri, l’Universo.
