Nevskij e la Storia, la Chiesa, il cinema: parla lo storico Silvio Marconi
ROMA – “Unitevi in difesa della nostra terra, i campi, i fiumi… Della nostra Grande Madre Russia!”.
Siamo nel film di Sergej Eizenstein (1898-1948). Il principe Alexander Nevskij urla ai suoi contadini e artigiani armati di asce, zappe, forconi.
Se siete a San Pietroburgo e state passeggiando sulla Prospettiva omonima, potreste risentire quel grido di incitamento.
I Guerrieri Teutonici hanno invaso la Russia, dopo gli Svedesi e prima dei Norvegesi, di Napoleone e Hitler.
Tutti da sempre animati da spirito espansionistico, di sottomissione, devastazione, rapina delle risorse naturali, ma anche dal mantra delle Crociate di conversione al Cattolicesimo.
Se “historia magistra vitae” (Cicerone), è anche vero che “non ha buoni allievi” (Gramsci). Se avessero saputo che i grandi del passato, da Alessandro Magno a Giulio Cesare, lasciavano libertà di culto e di organizzazione politica ai popoli sottomessi, forse sarebbe andata diversamente.
E’ il 5 Aprile 1242, XIII secolo, tardo Medioevo, guidati da Nevskij (che non sarà Zar, Re o Imperatore, il figlio Daniel però sarà Principe di Mosca), quei contadini, assieme ai compagni più stretti del Principe (la sua “druzhina”), battendosi ferocemente, riescono a sconfiggere i Teutonici meglio armati e professionisti della guerra.
Li hanno attirati sul lago ghiacciato, accerchiati, costretti alla fuga: la crosta a un certo punto scricchiola, si........
