Giustizia e libertà dei cittadini. Un SÌ libero, ragionato e coerente

Nel dibattito sulla Riforma della Giustizia si è alimentata una deplorevole strumentalizzazione da parte dei due fronti opposti, quello del SÌ e quello del NO, che elude la necessità di una riforma della”Giustizia Giusta”, che riguarda tutti i cittadini, uguali di fronte alla legge, nonché l’esercizio della medesima. La vita e la libertà dei cittadini devono essere regolate dai principi e dalle norme della convivenza civile e non dall’arbitrio. Requisito essenziale del giusto processo è la certezza della legge, senza la quale si cade nell’arbitrio. L’ essenza delle libertà civili consiste nel diritto di ogni uomo di rivendicare la protezione delle leggi. Le democrazie tendono a proteggere il cittadino dall’oppressione e dall’ingiustizia attraverso le leggi. Cicerone affermava: “Legum servi sumus ut liberi esse possumus”. Il punto fondamentale è proprio questo: siamo liberi quando obbediamo alle leggi e non ai padroni; siamo uguali se siamo protetti dalle leggi. Per arrivare ad un sistema giuridico che vincolasse il potere politico fu necessario il costituzionalismo liberale, lo Stato di diritto. Rousseau affermava che “laddove viene meno il rigore delle leggi e l’autorità dei loro difensori, non vi può essere né sicurezza, né libertà per nessuno”. Aggiungeva che le leggi devono essere poche, fondamentali e chiare, “leggi supreme”, per la cui applicazione invocava un legislatore superiore, una specie di “Mosè”, un uomo capace di assolvere una funzione “superiore”, responsabile ed integerrimo. Nel nostro Paese assistiamo quasi ad una polverizzazione delle leggi! Il che consente al magistrato un margine enorme di arbitrio, al punto tale da applicare allo “hostis” la normativa più severa e tassativa, ossia il “diritto formale”; invece allo “amicus” la normativa più vantaggiosa, ossia la cosiddetta “prassi applicativa” o, meglio, elusiva. Da qui le degenerazioni e le irresponsabilità del potere giudiziario.

Si parla di giustizia italiana “malata”, le cui patologie si sono accumulate e aggravate nel corso degli anni. Di che cosa soffre la giustizia italiana? Due sono gli elementi di particolare gravità: – Il primo si è prodotto con la “rottura degli equilibri biologici”. L’ assenza della politica ha generato una invasione del potere giudiziario, esposto ad esercitare una funzione di supplenza, fino a fare da “battitore libero”, che va a colmare tutti gli spazi lasciati vuoti dagli altri poteri. Questo ha provocato una “crisi di identità” del potere giudiziario, che è venuto a perdere, almeno in parte, la sua qualità di potere-terzo, qualità essenziale ai fini della legittimazione all’interno del sistema. – Un secondo elemento di malessere ha riguardato la crisi di efficienza della giustizia: i tempi della giustizia italiana sono così lenti da giustificare l’affermazione che l’Italia è un Paese senza giustizia. A questi due elementi principali se ne aggiunge un altro per niente affatto trascurabile: – Un terzo, insorto nei primi anni ’90 con l’operazione “Mani Pulite”, quando a prevalere fu l’anima giustizialista della magistratura italiana, appoggiata (se non guidata) da certi settori della politica, inneggianti alla moralizzazione (vincente pretesto per liberarsi da figure “ingombranti “), facendo leva su quella immane forza che è la pubblica opinione. Questa fu la più brutta pagina della deriva giudiziaria nel nostro Paese.

Cosa si rimproverava allora e cosa si rimprovera ancora oggi alla giustizia italiana? Si rimproverano essenzialmente tre difetti: 1° Lo sbilanciamento dei processi penali dalla parte dell’accusa 2° La politicizzazione della giustizia 3° La lentezza dell’iter giudiziario al di là del ragionevole

Noi Socialisti da sempre avanziamo proposte il più possibile vicine al modello prevalente nei Paesi dell’Unione Europea; infatti, all’uguaglianza dei diritti e delle libertà fondamentali di cui si compone la cittadinanza europea non può non corrispondere uniformità degli organismi giudiziari e processuali a livello nazionale, visto che il processo è lo strumento che investe i diritti, che garantisce la loro effettività. Per questo, oltre a sostenere l’indipendenza della magistratura (artt.101,104,105,106.107, 108 e 110 della Costituzione), affermiamo l’equità dei processi e l’efficienza della giustizia. A queste due esigenze rispondono: – L’ introduzione della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, secondo quanto è implicato nel principio della parità dei diritti tra accusa e difesa, già affermata nel Codice di Procedura Penale entrato in vigore nel 1989 e ribadito nella legge n.63 del 1°marzo 2001, di attuazione del “giusto processo”, così come configurato dal nuovo art.111 della Costituzione. L’ iniziativa della separazione tra la carriera della magistratura giudicante e quella della magistratura requirente risponde all’ esigenza di eliminare lo schiacciamento del Giudice sulla tesi del PM. In realtà la differenza tra giudice e pm non è solo relativa alla funzione che essi sono chiamati ad esercitare, ma nella diversa cultura: un conto è la “cultura del giudizio”, un conto è la “cultura dell’inquisire”. Infatti una cosa è giudicare sulla base delle prove che si formano in tribunale, tutt’altra cosa è investigare, dar corso all’accusa, sostenerla in sede di dibattimento. Si potrebbe obiettare che questo potrebbe preludere al pericolo di sottoporre il PM al controllo del potere esecutivo! Personalmente penso che per questo basta e avanza l’ordinamento attuale!

Certo non basta la “separazione delle carriere” per assicurare il giusto processo. La riforma, infatti, rivede la materia riguardante il reclutamento e la formazione dei magistrati, la valutazione della loro professionalità, i criteri che presiedono alla elezione dei membri “togati” nel CSM. Non meno importante è l’introduzione dell’Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, a cui viene assegnata la competenza sui procedimenti disciplinari a carico dei magistrati che sbagliano, un passo decisivo per mettere fine all’impunità dei magistrati. Ma per spoliticizzare davvero la magistratura e restituirle l’indipendenza e la trasparenza, bisogna assolutamente eliminare lo strapotere “correntizio” e di logica politica, scandaloso in un organo da cui provengono i giudici. L’ ideale sarebbe quello di porre un “tramezzo” tra la magistratura e la classe politica, in modo tale che questo non comporti impunità per i politici, ma neppure la possibilità per i magistrati di controllare la carriera dei politici. Dire che la Riforma Nordio è un “compimento del C.P.P. Vassalli “mi sembra una “stravaganza”: diverso è il profilo dei due, diversa la cultura politica, diverso l’approccio con l’idea di “Cambiamento”. Come trovo sterili le argomentazioni strumentali dell’ ANM, di parte delle opposizioni e del Governo stesso in merito alle ultime uscite della Presidente Giorgia Meloni.

Noi, Socialisti Riformisti abbiamo fatto bene a far sentire la nostra autorevole voce, perché da sempre siamo i “paladini della giustizia giusta”, scevri da implicazioni ideologiche e di parte, ma convinti assertori dei diritti di tutti I cittadini. L’ ennesimo scontro politico tra i due fronti opposti non ci ha riguardato; non ci siamo lasciati contagiare dalla dannosa abitudine di ricondurre tutto allo scontro frontale anche quando sono in gioco temi trasversali, come questo della “giustizia”. Rispetto alla serietà ed all’urgenza di affrontare “emergenze”, come la giustizia, auspico che ci si adoperi affinché in Italia si attui di nuovo un sistema politico forte, costruito sulla base dei grandi partiti di massa, condizione necessaria perché la riforma della Giustizia possa definirsi completa.

FRANCESCA FRISANO Direzione Nazionale PSI


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