La Terza Guerra del Golfo sta cambiando lo scenario globale

E alla fine si è deciso il premier libanese Nawaf Salam a dichiarare la messa al bando di Hezbollah chiedendo in sostanza all’esercito regolare di disarmare il gruppo terroristico. Lo ha fatto sotto la pressione dell’Idf, l’esercito israeliano, che ha bombardato infrastrutture in diverse zone del Paese e un deposito di armi di Hezbollah a Beirut provocando una trentina di morti e l’esodo di una moltitudine di persone che si sono messe in auto per lasciare la capitale. Nella notte è stata colpita anche l’emittente televisiva Al-Manar TV a Beirut sud. La guerra si è estesa ed è già nella storia come Terza Guerra del Golfo. L’adozione della difesa attiva da parte dei Paesi del Golfo a integrazione di quella assicurata dagli americani, ma in scarso coordinamento con essa, mostra le prime falle: ieri tre jet statunitensi sono stati abbattuti nei cieli del Kuwait da “fuoco amico”. È andata invece a segno due volte la difesa aerea del Qatar che ha abbattuto caccia iraniani. Questa notte droni e missili iraniani hanno colpito l’Ambasciata americana a Riad in Arabia Saudita e le basi in Bahrein e in Iraq. Gli italiani cominciano a rimpatriare con i primi voli per l’Italia. Emerge nelle ultime ore il tema dell’utilizzo delle basi militari occidentali nell’attacco all’Iran. Tema che drammatizza il teatro di guerra e fa virare la geopolitica globale verso scenari inediti. Ovvero ne chiarisce la rapida evoluzione, sospinta in avanti in queste ore da Francia, Germania e Regno Unito che si sono proposte a difesa delle popolazioni dei Paesi del Golfo minacciate dai vettori iraniani, oltre che dei propri legittimi interessi in quell’area del mondo. Nell’alternanza di dichiarazioni e fatti sono questi a dare la cifra dei cambiamenti in atto. Il presidente francese Emmanuel Macron ha informato che otto Paesi europei parteciperanno al programma francese di deterrenza nucleare avanzata. Germania, Polonia, Svezia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Belgio, Grecia e Danimarca potranno ospitare forze strategiche francesi, senza rinunciare all’ombrello NATO. Alla dichiarazione di Macron è seguita una nota congiunta con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla imminente creazione di un gruppo direttivo nucleare. E sul fronte della guerra in corso, se la Germania precisa che non parteciperà all’azione militare contro l’Iran -“Non abbiamo nemmeno i mezzi militari necessari” ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri Johann Wadephul a Deutschlandfunk- accettando però che venissero trasferiti sul proprio territorio i caccia US a cui il premier spagnolo Sanchez ha negato l’utilizzo delle basi, il passo più rilevante lo ha fatto nella tarda mattinata di ieri lunedì 2 marzo il premier britannico Keir Starmer. Il Parlamento, ha detto il premier, ha acconsentito alla richiesta americana di utilizzare le basi del Regno Unito. Tra di esse quella di Diego Garcia nell’arcipelago delle isole Chagos, Oceano Indiano, gestita insieme con gli americani. Per il momento è la base britannica a Cipro a essere presa di mira da quel che resta del dispositivo di attacco missilistico in mano ai pasdaran. Ma la dichiarazione di Starmer estende il panorama delle implicazioni geopolitiche e produce più di una conseguenza immediata. Innanzitutto indica agli europei una scelta di campo netta, poi farà cessare le voci, dalla fine di gennaio sempre più insistenti e a cui i partiti di opposizione in Inghilterra hanno dato credito, che insinuano un interesse forte della Cina ad affittare l’atollo di Peros Banos a 140 miglia marittime da Diego Garcia dove da sessant’anni gli Stati Uniti hanno importanti strutture e impianti militari, probabilmente anche installazioni nucleari. E, ulteriore conseguenza, finalmente dà agli storici alleati le rassicurazioni richieste. In realtà è da tempo che gli stati Uniti hanno indirizzato al governo inglese non solo una richiesta ma l’ammonimento a non cedere il possesso delle 65 isole coralline. La questione riguarda il possesso inglese dell’arcipelago posto tra Africa e India nel bel mezzo dell’Oceano Indiano ulteriore quadrante del confronto geopolitico, e l’utilizzo della base americana che deve essere preventivamente approvato dal Parlamento britannico. Il 18 febbraio Donald Trump indicò Diego Garcia come possibile base di lancio per un attacco diretto a deradicare la minaccia nucleare dell’Iran che reagì subito protestando alle Nazioni Unite e dichiarando l’atollo come “bersaglio legittimo” di una ritorsione. Non è recente l’interesse cinese per le Chagos, come non lo è l’amicizia che lega la Cina allo stato delle Mauritius la cui capitale Port Louis è percorsa da una rete di connessioni huawei che preoccupano gli americani per il loro potenziale spionistico. Mauritius rivendica la proprietà delle Chagos, di cui è parte Diego Garcia, in una querelle con il Regno Unito che dura da qualche decennio. Il Trattato di Parigi del 1814 le riconobbe all’Inghilterra ed esse restarono possesso britannico quando Mautitius si rese indipendente nel 1965 e la popolazione dell’arcipelago vi venne trasferita. Nel 2019 la svolta: alla pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia che negò la validità della sovranità britannica sulle isole, seguì la richiesta da parte delle Nazioni Unite che l’arcipelago venisse restituito entro sei mesi. Il governo britannico non rispettò la scadenza. Poi, nel 2025, la firma congiunta di Regno Unito e Mauritius sulla bozza di trattato che ha messo in allarme gli Stati Uniti prevedendo la cessione dell’arcipelago a Mauritius, con il controllo inglese della base militare di Diego Garcia per 99 anni a fronte del pagamento di un affitto annuo di 101 milioni di sterline. Due giorni fa anche le Maldive, 500 km a nord delle Chagos, sono entrate nel gioco delle rivendicazioni. Qualcuno ritiene che gli Stati Uniti potrebbero a questo punto far saltare i giochi sostenendo le ragioni del ritorno in patria da parte della popolazione a suo tempo trasferita a Mauritius, e favorendo in questo modo la creazione di uno Stato indipendente dei chagossiani legato agli Stati Uniti secondo il modello di Guam e Micronesia. La questione del possesso dell’arcipelago nell’Oceano Indiano si innesta così in maniera diretta con la crisi aperta in Medioriente dal naufragio delle trattative sul nucleare iraniano. Il focus dell’attenzione su questa area, assieme al posizionamento almeno in parte inatteso assunto in queste ore dal Regno Unito, dalla Francia, dalla Germania ma anche dall’Italia che non ha negato l’utilizzo delle basi militari per operazioni di supporto all’attacco in Iran, producono conseguenze di cui è difficile scorgere i confini. Una di esse, e non l’ultima per importanza, è il ridimensionamento nel quadrante geopolitico globale della rilevanza del mar Cinese Meridionale a favore di quella dell’Oceano Indiano. Fino a ieri centro pressoché totalizzante delle attenzioni strategiche degli Stati Uniti, in quel Mare Taiwan si sente più sola di fronte alle minacce di annessione da parte della Repubblica Popolare di Cina dove Xi Jinping è sempre più un sovrano assoluto dopo l’epurazione dei vertici dell’esercito accusati per la prima volta di essere inadempienti rispetto alla pianificazione dell’invasione.


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