L’ultimatum di Trump e il destino dell’Iran

Se la minaccia alla civiltà diventa geopolitica

​«Martedì sarà il giorno delle centrali elettriche e dei ponti». Con queste undici parole, affidate a un post compulsivo sui social media nel cuore di una crisi diplomatica senza precedenti, Donald Trump non ha solo alzato la tensione nel Golfo Persico; ha ufficialmente spostato il confine di ciò che una democrazia occidentale considera “accettabile” in un conflitto moderno. L’ultimatum lanciato a Teheran non è più una questione di deterrenza militare o di pressione diplomatica sui tavoli dei negoziati, ma una minaccia diretta e brutale alla sopravvivenza quotidiana di 85 milioni di persone. Quando un leader mondiale, alla guida della nazione più potente del globo, evoca esplicitamente la distruzione programmata di infrastrutture civili vitali, il linguaggio della diplomazia muore e lascia il posto a una dottrina che molti esperti di diritto internazionale non esitano a definire come l’annuncio premeditato di un crimine contro l’umanità. ​Promettere di “riportare l’Iran all’età della pietra” non è una novità nel repertorio retorico del Presidente, ma la precisione chirurgica con cui ora vengono indicati i bersagli – ponti, reti elettriche, dighe – segna un salto di qualità pericoloso e una rottura definitiva con l’etica bellica. Non si parla più di colpire basi missilistiche, centri di comando o........

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